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Chiara Lombardo: “La Sampdoria una questione di DNA, ma in Sud sono solo Chiara. Il post dopo Carrara? Non lo rifarei.”

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di Valentina Cristiani

Ci sono cognomi che a Genova non hanno bisogno di presentazioni. Quello di Lombardo è inciso a fuoco nella storia, nei trionfi e nell’anima stessa della Sampdoria. Ma c’è una nuova generazione che quel legame lo porta dentro in modo intimo, viscerale e del tutto indipendente. In questa intervista esclusiva incontriamo Chiara Lombardo. Psicologa impegnata nel sociale e nella prevenzione delle dipendenze negli adolescenti, sportiva sul parquet e sul rettangolo verde, Chiara è soprattutto una ragazza che ha scelto la Gradinata Sud come seconda casa, non per “eredità”, ma per un amore puro e travolgente. Con la lucidità e la sensibilità della sua professione, ma con il cuore fedele della tifosa vera, Chiara si racconta a cuore aperto. Dalle prime corse al Torneo Ravano imitando Pazzini, fino alle lacrime collettive in Piazzale Kennedy per il ritorno in Serie A; dalle riflessioni amare sul calcio moderno “fabbrica di soldi”, fino alla difesa orgogliosa di papà Attilio e del fratello Mattia. Ne emerge il ritratto di una donna fiera, che ha scelto la strada del lavoro e dell’umiltà (lontana dai cliché dei “figli d’arte”), capace di analizzare con coraggio le dinamiche societarie più recenti, i dolorosi addii di bandiere come Invernizzi e Mancini, e quel “rollercoaster” emotivo che solo chi ama la Sampdoria può capire. Una chiacchierata intensa, tra dinamiche di spogliatoio, scaramanzie di famiglia e una certezza assoluta: quando si perde la bussola, la rotta indica.. la Gradinata Sud.

Benvenuta, Chiara. I nostri lettori non vedono l’ora di conoscerti. Partiamo da te, dal tuo mondo: la professione di psicologa, le tue passioni e lo sport che pratichi. Poi, aprici il tuo cuore blucerchiato. Per te la Sampdoria è una questione di DNA: qual è il tuo primissimo ricordo d’infanzia legato a questi colori? C’è stato un momento preciso, un’immagine o un’emozione, in cui hai capito che la Samp non sarebbe mai stata una squadra come le altre nella tua vita?

Grazie, parto dal lavoro: sono una psicologa e, attualmente, sto lavorando in una cooperativa che si occupa principalmente del trattamento e della prevenzione delle dipendenze comportamentali e della presa in carico di adolescenti che presentano varie difficoltà. Parallelamente, sto iniziando il mio percorso come libera professionista in uno studio privato. Sono ancora agli inizi, ma mi piace davvero molto. Sì, la Sampdoria per me è sicuramente una questione di DNA, come per tutta la mia famiglia. Come primo ricordo ora mi viene in mente il Torneo Ravano quando ero alle elementari. In quel periodo c’era Pazzini alla Sampdoria e io, ad ogni gol segnato, esultavo come lui… Mi fecero una foto mentre imitavo la sua esultanza e lui mi firmò la foto… Non so perché, ma è uno dei primi ricordi belli che ho. Un’immagine che mi viene in mente, e che mi ha fatto capire che la Sampdoria era una squadra diversa, è quando siamo tornati in Serie A con il gol di Pozzi a Varese: ero a vedere la partita davanti al maxischermo in Piazzale Kennedy alla Foce. Al fischio finale sentii un’emozione incredibile: ovunque mi giravo vedevo persone che piangevano dalla gioia e che si abbracciavano anche tra sconosciuti. Indimenticabile. Lì ho davvero capito le emozioni che mi poteva dare la Sampdoria.

Chiara, il cognome Lombardo a Genova è sinonimo di storia, passione e trionfi. Guardando la Sampdoria di oggi, quali sono le prime emozioni o riflessioni che ti vengono in mente rispetto ai tempi in cui tuo padre scriveva la storia di questo club?

Le riflessioni che mi vengono in mente sono legate un po’ al calcio in generale, non solo alla Sampdoria. Il legame alla maglia, alla storia, alla città, è sempre più sfuocato, se non in alcuni casi, inesistente. Il calcio è diventato totalmente una fabbrica, un riciclo di soldi. Infatti a me non piace più guardarlo come prima, ho come la sensazione che stiano soffocando la passione.  Non che prima non esistesse anche questa parte, però c’era più amore, più gruppo. Se penso a Del Piero che è rimasto alla Juventus in serie B mi fa emozionare, oggi chi lo farebbe? Probabilmente nessuno, ed è brutto. Quello che rimane invariato è l’amore dei tifosi, l’unica parte vera di questo sport. Per quanto riguarda la Sampdoria nello specifico fa male vederla dove è ora, fa male sentirsi impotenti e fa male non riuscire a sognare qualcosa di diverso rispetto a quello che stiamo vivendo ora…

Papà Attilio è un’icona di allegria, umiltà e amore incondizionato per la Sampdoria. Qual è l’insegnamento più grande, non tanto calcistico ma umano, che ti ha trasmesso e che oggi porti con te nella tua quotidianità, nel delicato lavoro con i tuoi pazienti?

L’insegnamento più grande che mi ha trasmesso è sicuramente l’umiltà. Sia mio padre che mia madre mi hanno insegnato valori che ritengo fondamentali per la vita, e questo si riflette sicuramente anche sullo studio e sul lavoro; più che nel rapporto con i pazienti, però, si riflette su me stessa: non mi sono mai accontentata o adagiata sugli allori. Lavoro da quando ho 17 anni e per tantissimo tempo ho fatto la cameriera, fino all’anno scorso, quando finalmente ho iniziato a fare il lavoro per cui mi sono formata.

Come si vive la vigilia delle partite in casa Lombardo?  C’è qualche rito scaramantico o rituale fisso per stemperare la tensione?

Come si vive la tensione pre-partita in casa? Malissimo (sorride,ndr)! Ma è sempre stato così, e negli ultimi due anni ancora di più. Mio padre credo abbia dormito due ore a notte negli ultimi mesi: sentiva di avere la responsabilità di un popolo intero addosso. Comunque sì, abbiamo un rituale imprescindibile prima di ogni partita casalinga: appena entrata in Gradinata Sud, insieme ai miei amici andiamo sempre dietro la porta; aspettiamo che ci saluti prima Pozzi e poi mio padre, dopodiché possiamo andare a metterci ai nostri posti. Contro il Monza non siamo riusciti a farlo e infatti abbiamo perso… colpa del rituale (ride)! Mi mancherà molto farlo.

La tua infanzia è stata inevitabilmente tinta di blucerchiato. C’è un momento preciso in cui hai capito che la Sampdoria non era semplicemente “il lavoro di papà”, ma una passione tutta tua, tanto da spingerti a scegliere la Gradinata Sud come seconda casa? Inoltre, unendo la tua sensibilità di psicologa a quella di tifosa, come descriveresti l’energia e l’empatia uniche che si respirano in quel settore? Cosa si prova a perdersi in mezzo a quella folla dopo aver visto la Samp da una prospettiva decisamente più “privilegiata”?

Non saprei individuare un momento preciso. È un qualcosa che ho sempre avuto dentro e che con il tempo è diventato sempre più grande. In realtà non credo di averla mai vista come il “lavoro di papà”, ma come un amore tutto mio, che potevo condividere e coltivare con tantissime persone. Non saprei descrivere quello che si crea lì dentro: credo che per chi non lo vive sia impossibile, o comunque molto difficile, da comprendere. Quando siamo in Gradinata siamo una famiglia unica. Non credo di aver mai visto la Sampdoria da una prospettiva più privilegiata, anzi: io mi ritengo a tutti gli effetti una tifosa come tutti gli altri. Non ho mai utilizzato il mio cognome per essere qualcuno, soprattutto dentro lo stadio. Lì mi sento me stessa.

Poco tempo fa festeggiavate una splendida salvezza ottenuta sul campo grazie al lavoro di tuo padre Attilio alla guida della squadra. Poco dopo, però, è arrivata la notizia del cambio di ruolo: non più allenatore, ma collaboratore. Dietro alle decisioni professionali si nascondono spesso dinamiche umane intense e delicate. Come avete accolto e vissuto questo improvviso cambiamento all’interno della vostra famiglia?

Beh, è stato molto triste e brutto, ma sinceramente non così inaspettato. Ci siamo rimasti tutti male, fa arrabbiare, ma non tanto per la non conferma come allenatore – quelle sono scelte che si possono condividere o meno, cerco di restare oggettiva. Quello che ha fatto più male sono stati i modi utilizzati da due anni a questa parte. Non è mai stato fatto un comunicato come una qualsiasi società normale, non è mai stato scritto da nessuna parte che fosse lui l’allenatore e non è mai stato ringraziato pubblicamente per aver salvato, due volte di fila (anche grazie a Evani l’anno scorso), la Sampdoria. È questo che fa arrabbiare: l’inesistente riconoscenza e il rispetto avuto nei suoi confronti, e non solo nei suoi. L’anno scorso mio padre doveva essere il primo allenatore, poi, di colpo, hanno cambiato idea. Credo che si potesse e dovesse gestire meglio la situazione, per rispetto.

Come ti sei spiegata l’interruzione del rapporto blucerchiato con il direttore sportivo Andrea Mancini e con il coordinatore dell’area tecnica Giovanni Invernizzi? Hai qualche aneddoto con loro di cui hai piacere parlarci?

L’unica spiegazione è che vogliono rendere anonima la Sampdoria. Giovanni Invernizzi erano trent’anni che era qua: mandarlo via è stato un tradimento. Così come Andrea, che ha sempre cercato di fare il meglio per la Sampdoria. Giovanni è il padre del mio più grande amico, Francesco, che più che un amico è un fratello; siamo cresciuti insieme e con Giovanni ci ho passato tantissimo tempo. Di Andrea, invece, ricordo di quando ero andata in moto d’acqua con lui in Sardegna, quando ero più piccola: mi ero divertita molto. Entrambi sono brave persone e non si meritano il trattamento ricevuto, ma sono sicura che sapranno rifarsi ovunque andranno, sperando di poterli rivedere, un giorno, a difendere i nostri colori.

 

 

 

Tuo fratello Mattia ha seguito le orme di papà nel calcio, vestendo anche la maglia delle giovanili della Samp. Com’è stato vederlo indossare quegli stessi colori che avevano reso grande vostro padre? Che tipo di supporto sei stata per lui? Ti è mai capitato talvolta di dover “smettere” i panni della sorella e usare un pizzico di sensibilità da psicologa per aiutarlo nei momenti complessi della carriera?

Beh, è stato bellissimo. Ricordo quando esordì in Serie A contro l’Inter: in panchina c’era Sinisa. Io ero in tribuna con mia mamma e, ad un certo punto, vediamo che lui si toglie la pettorina e si avvicina alla panchina, poi il cambio… Non ce lo aspettavamo, è stato emozionante. Se lo meritava. Credo mi abbia insegnato più lui di quanto possa aver fatto io; è stato un esempio in ogni cosa. L’insegnamento che ritengo più importante risale a sette anni fa, quando giocava alla Lucchese, squadra a cui siamo ancora tutti molto legati. Per sei mesi, lui e i suoi compagni non hanno percepito lo stipendio perché la società li aveva totalmente abbandonati. Inoltre, la Lega aveva inflitto venticinque punti di penalizzazione ma, nonostante questo, hanno continuato ad allenarsi e a giocare, pagando tutto di tasca loro e contando anche sull’aiuto dei tifosi. Alla fine sono riusciti a salvarsi. Quella storia mi ha insegnato tanto: si sono dimostrati dei veri uomini. Non so in quanti l’avrebbero fatto, lo ringrazierò per sempre. Ogni tanto ci confidiamo e parliamo anche di aspetti più profondi ed emotivi, ma ho sempre avuto il ruolo di sorella, mai d’altro.

Hai scelto anche tu lo sport, ma hai cambiato elemento: dal prato verde al parquet del basket. Questa scelta è stata un modo per tracciare una tua strada indipendente, o c’è qualcosa del basket che ha toccato corde che il calcio non riusciva a raggiungere? Quando scendi in campo come giocatrice, quanto ti porti dietro della mentalità da “battagliera” che si respira a Marassi e quanto, invece, della tua formazione psicologica per gestire la pressione?

In realtà ho scelto il basket perché i miei genitori non volevano che facessi calcio (ride, ndr), altrimenti il calcio sarebbe stato, ovviamente, la mia prima scelta. Da un anno, infatti, ho iniziato a giocare a 7: è proprio il mio mondo, mi diverto. Il basket mi ha accompagnato per tutti questi anni; ormai sono circa 16 anni che gioco, tanti. In campo sono molto battagliera, è il mio stile di gioco. La pressione la gestisco bene, non la sento molto… forse più per altre cose. Il basket mi piace, ma il calcio tocca più le mie corde: mi sento più libera e protagonista.

Spesso si pensa che chi viene da una famiglia di sportivi di successo abbia la strada spianata, ma la realtà è che le aspettative e i riflettori possono essere un carico pesante. La tua storia personale ha influenzato la scelta di diventare psicologa? C’è il desiderio di aiutare gli altri a gestire le proprie “pressioni”? Ti piacerebbe lavorare all’interno di un club calcistico? Qual è inoltre il traguardo personale di cui vai più fiera, al di là di ogni cognome o eredità sportiva?

Non ho mai sentito di avere la strada spianata: mi sono sempre impegnata per raggiungere i miei obiettivi, in ogni ambito della vita. Come ho accennato prima, per 6-7 anni ho fatto la cameriera in un ristorante; non ho mai voluto essere la classica “figlia di papà”, ma ho sempre cercato di creare un’identità e un’indipendenza tutta mia. Chi mi conosce lo sa, e questa è la cosa di cui vado più fiera, sia per me stessa sia per la mia famiglia. Se la mia storia personale ha influenzato la mia scelta lavorativa? Probabilmente sì. Ho sempre sentito di avere qualcosa dentro; qualcosa che poi, con il tempo e prendendomene cura, mi ha permesso di entrare in contatto con il mio mondo e con quello degli altri. Sì, mi piacerebbe molto entrare anche nell’ambiente calcistico. Ora sto frequentando la scuola di psicoterapia ma, più avanti, mi piacerebbe fare un master in psicologia dello sport. Il traguardo personale di cui vado più fiera? Non saprei… probabilmente il lavoro che sto facendo ora, su cui sto investendo molto.

In questi anni il pubblico ha potuto vedere quanto tu sia legata a tuo papà Attilio, soprattutto attraverso le storie social in cui lo hai difeso e hai commentato le vicende della società. Guardandoti indietro oggi, riscriveresti ogni singola parola o c’è qualcosa che, col senno di poi, preferiresti aver gestito diversamente?

Avrei evitato di scrivere quel commento dopo la partita di Carrara, anche se in realtà non è proprio andata come hanno voluto far vedere. È stata estrapolata l’ultima riga di un commento che di righe ne aveva trenta: ovvio che se viene presa una frase e viene decontestualizzata, allora il significato che assume è diverso da quello che uno voleva dare. Quello che intendevo io era che, in quel momento, era difficile allenare una squadra che non aveva la serenità giusta per poter affrontare quella situazione. Ho sempre ritenuto fosse assurdo che con i giocatori che avevamo – per me bravi – fossimo in quella posizione, motivo per cui era scontato pensare ci fossero degli altri problemi, che in quel momento erano difficili da capire e da risolvere. Credo che mio padre sia stato poi bravo a far tornare un clima sereno all’interno dello spogliatoio. Quello che mi ha dato fastidio, e che vorrei che tutti capissero, è che io non ho mai scritto in quanto figlia di Attilio Lombardo, ma come tifosa della Sampdoria. Seguo la squadra da quando sono nata: ho fatto milioni di trasferte, ho passato due giorni in piedi sotto Corte Lambruschini a soffrire, aspettando ci dessero la notizia del fallimento, ho sempre partecipato a cortei e contestazioni… perché questo sono: Chiara, una tifosa della Sampdoria, non la figlia di Attilio Lombardo. Sicuramente potevo evitare quel commento. Ero arrabbiata e triste per quello che leggevo, in più la mia squadra rischiava di retrocedere e non era facile gestire l’emotività in quel momento; però la gogna mediatica è stata ridicola. L’ho vista come un modo per spostare l’attenzione dalle vere e reali difficoltà, come se fossi il capro espiatorio: era più facile dare la colpa a fattori esterni piuttosto che guardarsi in casa.”

La Sampdoria, specialmente negli ultimi anni, ha vissuto un vero e proprio rollercoaster emotivo, tra rischi societari, retrocessioni e rinascite. Da psicologa, come analizzi la resilienza della tifoseria doriana? Come fa una piazza a compattarsi e ad amare ancora di più la squadra proprio nel momento del bisogno?

Come in una bella e vera relazione d’amore  si rimane accanto a ciò che si ama soprattutto quando le cose vanno male. Siamo una tifoseria resiliente? Forse, ma l’aggettivo che userei per rappresentare meglio il tutto è “fedele”. Non so spiegare quello che si crea all’interno di quello stadio, quando si canta lettera da Amsterdam, quando si fa goal… se non lo vivi è inspiegabile. Quest’anno ho portato una mia amica allo stadio per la prima volta, non era mai stata da nessuna parte, non sapeva quasi niente di calcio e sai cosa è successo? Si è innamorata ed è venuta a tutte le partite. Non le puoi spiegare queste cose, ti innamori e basta. Siamo una tifoseria speciale, è oggettivo e innegabile. In un mondo fatto di scadenze i Sampdoriani hanno dimostrato di poterle bruciare.

Futuro blucerchiato: qual è il tuo auspicio e cosa ti aspetti di vedere presto in campo e nella società? E, se potessi fare una seduta di “psicologia di gruppo” alla Sampdoria di oggi, o al popolo blucerchiato nei momenti più difficili che ha attraversato recentemente, quale “terapia” o consiglio daresti per ritrovare la bussola?

Il mio auspicio, al momento, è un’utopia. Vorrei tanto si agisse per il bene di questa squadra, con giocatori e staff adatti alla categoria. Non chiediamo tanto se non un po’ di tranquillità: sono quattro anni che soffriamo e che siamo in una categoria che non ci compete e non ci appartiene.  Più di tutto spererei in una maggiore chiarezza a livello comunicativo, c’è stata troppa confusione negli ultimi anni. Non potrei mai lavorare in questo ambiente, sono troppo invischiata e non sarei lucida… però cercherei di lavorare sulla motivazione e sull’appartenenza, indossare la maglia della Sampdoria deve essere un privilegio. Quello che direi è che sulla bussola di solito si segue il Nord, stavolta va guardato il Sud, la Gradinata Sud, la stella più luminosa che c’è.

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Redazione

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