La Samp cade ad Ascoli, ma ancora una volta il risultato racconta soltanto una parte della storia. La parte più preoccupante sta altrove: nell’atteggiamento, nell’intensità, nella mancanza di aggressività e, soprattutto, nell’incapacità di trasformarsi in una squadra quando la partita lo richiede.
Ed è forse proprio questo che lascia maggiormente l’amaro in bocca. Perché dopo Bolzano si poteva intravedere qualcosa di diverso. Non necessariamente una squadra guarita, sarebbe stato assurdo pensarlo, ma almeno una piccola reazione, un segnale, la sensazione che dentro questo gruppo ci fosse ancora qualcosa da tirare fuori.
Ad Ascoli, invece, si è fatto un passo indietro. E non tanto per la sconfitta in sé, perché nel calcio perdere fa parte del viaggio, quanto per il modo in cui questa sconfitta è maturata.
D’Angelo non può fare miracoli. Quattro giorni di lavoro e tre gare in una settimana non permettono a nessuno di cambiare il destino di una squadra con uno schiocco di dita. Ma forse il punto è proprio questo: oggi la panchina della Sampdoria assomiglia all’Everest, indipendentemente da chi decida di scalarlo.
Da quattro anni si cambiano nomi, allenatori e interpreti, ma il copione conserva troppe somiglianze. Alibi, fragilità, poca personalità, idee confuse e una squadra che troppo spesso sembra aspettare che qualcuno la salvi.
E quando una storia continua a ripetersi nonostante cambino i protagonisti, prima o poi bisogna avere il coraggio di domandarsi se il problema sia davvero soltanto l’uomo seduto in panchina.
Io continuo a pensare che attribuire ogni responsabilità all’allenatore sia la soluzione più semplice. Quasi una tradizione del Bar dello Sport. Quando una squadra non gira, si guarda la panchina. Quando non arrivano i risultati, si guarda la panchina. Quando manca il gioco, si guarda la panchina. L’allenatore diventa inevitabilmente il primo imputato perché è più facile cambiare un uomo che interrogarsi sulle responsabilità di tutti, soprattutto di chi sta più in alto dei giocatori.
Ma il calcio, alla fine, resta tremendamente concreto: in campo vanno i giocatori.
Ed è da loro che deve partire la risposta.
Perché un allenatore può preparare una partita, scegliere un modulo, cambiare un uomo, lavorare sui movimenti e cercare di trasmettere una mentalità. Ma poi arriva il momento in cui il pallone comincia a rotolare. E lì servono le gambe, certamente, ma servono soprattutto la testa, il cuore, il coraggio e la disponibilità a sacrificarsi per chi indossa la tua stessa maglia.
Ad Ascoli è mancato proprio questo.
È mancata quella sensazione di unione che dovrebbe essere la prima ancora di salvezza di una squadra in difficoltà. Perché una squadra fragile tecnicamente può compensare con la corsa. Una squadra in difficoltà può compensare con l’aggressività. Una squadra con poche certezze può perfino trasformare la propria paura in rabbia agonistica.
Ma quando manca la sensazione che tutti stiano remando nella stessa direzione, qualsiasi limite diventa improvvisamente più grande.
D’Angelo dovrà lavorare sulla tattica e sulla condizione, certo. Ma soprattutto dovrà ricostruire il significato della parola responsabilità. Dovrà pretendere di più da chi non corre abbastanza, da chi non lotta abbastanza, da chi sembra non comprendere fino in fondo il peso della maglia che porta.
E dovrà anche avere il coraggio di “sgridare”, calcisticamente parlando, chi questa responsabilità non sembra percepirla fino in fondo.
Non per trovare nuovi colpevoli. Non servono altri processi. Servono responsabilità.
Perché perdere è contemplato dal calcio. Arrendersi alla mediocrità dell’atteggiamento, invece, non dovrebbe esserlo mai.
Ed è questo il punto sul quale bisogna essere estremamente chiari. Nessun tifoso può pretendere che la propria squadra vinca sempre. Sarebbe infantile pensarlo. Si può essere inferiori tecnicamente, si può incontrare un avversario più forte, si può perdere per un episodio, per un errore individuale, per una giornata storta.
Tutto questo appartiene al calcio.
Quello che diventa difficile accettare è avere la sensazione di una squadra già con il fiato corto quando il campionato è ancora davanti, di una squadra che in alcuni momenti sembra subire gli eventi invece di provare a cambiarli.
Il campionato è lungo, ci ripetiamo. Ma lo diciamo ormai da quattro anni. E quando una frase viene pronunciata troppe volte rischia di smettere di essere una speranza e diventare un alibi.
È sempre lunga la strada quando si comincia male. C’è sempre tempo per recuperare. C’è sempre la prossima partita. C’è sempre gennaio. C’è sempre qualcosa a cui aggrapparsi.
Ed è giusto farlo, perché senza speranza il calcio perderebbe buona parte del proprio significato.
Ma la speranza, da sola, non produce punti.
Ora bisogna sopravvivere alle difficoltà, arrivare a gennaio fuori dalle sabbie mobili e sperare che il mercato possa aggiungere qualcosa. Ma sarebbe sbagliato attendere gennaio come se dal mercato dovesse arrivare una cura miracolosa.
Perché il mercato potrà aggiungere qualità, caratteristiche differenti, magari personalità ed esperienza. Ma nessun acquisto potrà sostituire completamente ciò che deve nascere dentro il gruppo.
La Samp deve prima ritrovare se stessa.
E questa è probabilmente la sfida più complicata.
Perché sulla carta questa squadra avrebbe anche dei valori. Ed è forse proprio questo a rendere ancora più frustrante ciò che si vede. Il problema non sembra essere soltanto la qualità dei singoli, ma la difficoltà nel trasformare quei singoli in qualcosa di collettivo.
Una squadra non è la semplice somma di undici calciatori.
Una squadra è qualcosa che, quando funziona davvero, vale più della somma delle sue parti. È guardarsi negli occhi dopo un errore e non abbassare la testa. È correre qualche metro in più per coprire il compagno. È sentire una responsabilità che non nasce dallo stipendio o dal contratto, ma dalla consapevolezza di rappresentare qualcosa.
Ed è qui che entra in gioco anche ciò che circonda la Sampdoria.
Perché l’ambiente sta rischiando di diventare saturo. Di sconfitte, di problemi, di promesse, di cambiamenti, di stagioni vissute con l’acqua alla gola. Quando per troppo tempo si respira negatività, il rischio è che anche l’eccezione diventi normalità. Che ci si abitui alla difficoltà. Che perdere faccia un po’ meno male.
E sarebbe questo il pericolo più grande.
Perché una grande storia non smette di essere tale quando attraversa un momento difficile. Comincia davvero a rischiare quando chi ne fa parte si abitua alla difficoltà.
Il pesce puzza dalla testa, vero. Ma anche il resto del corpo deve reagire. Le responsabilità di chi sta sopra non possono diventare l’alibi permanente di chi scende in campo.
Perché chi entra sul terreno di gioco deve comprendere che essere un calciatore della Sampdoria non significa semplicemente avere un contratto: significa avere una responsabilità nei confronti di una storia, di una maglia e di migliaia di persone che continuano a esserci.
E questo non significa chiedere ai giocatori di essere tifosi. Sarebbe retorica.
Significa chiedere loro di essere professionisti.
Di capire il momento. Di assumersi le responsabilità. Di dare qualcosa in più quando qualcosa in più è necessario. Di comprendere che esistono partite nelle quali la tecnica non basta e altre nelle quali, proprio quando la tecnica viene meno, devono emergere orgoglio, sacrificio e personalità.
D’Angelo avrà bisogno di tempo. È inevitabile. Dovrà conoscere realmente questa squadra, capire su quali uomini poter costruire, quali equilibri trovare e quali corde toccare.
Ma il tempo concesso all’allenatore non può diventare tempo perso dalla squadra.
Perché la classifica non aspetta nessuno.
Bisogna cominciare a costruire qualcosa adesso. Anche poco. Una certezza alla volta. Una vittoria sporca, se necessario. Una partita magari non bella, ma giocata con cattiveria. Un punto conquistato soffrendo tutti insieme. Qualcosa capace di spezzare quella sensazione di immobilità che sembra accompagnare la Samp da troppo tempo.
A volte una stagione cambia grazie al gioco. Altre volte cambia grazie a un episodio.
Ma prima ancora dell’episodio serve qualcuno disposto ad andarselo a prendere.
Ed è questo che oggi deve chiedere D’Angelo ai suoi uomini: non aspettare che la stagione cambi, ma provare a cambiarla.
Perché i tifosi cantano. Hanno cantato nelle vittorie, nelle sconfitte e perfino quando tutto sembrava crollare.
Sono rimasti lì quando sarebbe stato più facile voltarsi dall’altra parte. Hanno continuato a riempire di voce e colori una storia che troppo spesso, negli ultimi anni, ha restituito più sofferenze che sorrisi.
Ma proprio per questo quella passione merita rispetto.
Non necessariamente attraverso una vittoria, perché nessuno può prometterla.
Attraverso l’impegno, quello sì.
Attraverso l’atteggiamento.
Attraverso la voglia di uscire dal campo avendo lasciato lì tutto quello che si aveva.
Perché esiste qualcosa che va oltre una classifica, un modulo e persino una stagione. È quel legame invisibile che porta migliaia di persone a soffrire per undici uomini che corrono dietro a un pallone. Può sembrare irrazionale, e probabilmente lo è. Ma il calcio vive proprio di questa irrazionalità.
La maglia, però, da sola non può fare tutto.
A sostenerla deve esserci chi la indossa.
La Samp deve tornare a essere squadra prima ancora di pensare a cosa potrà diventare. Deve ritrovare personalità prima ancora del bel gioco, fame prima ancora degli alibi, orgoglio prima ancora delle giustificazioni.
E forse, in fondo, il primo vero risultato che D’Angelo dovrà ottenere sarà proprio questo: far tornare ogni giocatore a sentire il peso e il privilegio di quella maglia.
Perché i tifosi continueranno a cantare. Lo hanno sempre fatto.
Ma anche l’amore più ostinato ha bisogno, ogni tanto, di sentirsi ricambiato.
E soprattutto bisogna ricordarsi una cosa.
L’amore può essere infinito. La pazienza no.
Paolo Bardetta
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