Mario Seghesio, il portiere che parò fino alla fine. Cent’anni dopo, Genova lo ritrova

Mario Seghesio, il portiere che parò fino alla fine. Cent’anni dopo, Genova lo ritrova

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Nel calcio delle origini, quando i campi erano fango, il pallone era un macigno di cuoio e i portieri giocavano a mani nude, il coraggio non era un valore aggiunto: era la condizione minima per scendere in campo. In quell’Italia che stava imparando a riconoscersi anche attraverso il football, un ragazzo genovese, Mario Seghesio, divenne simbolo di un’epoca breve e irripetibile. E di un sacrificio che, a distanza di un secolo, continua a commuovere.

Il 10 aprile 1926, Seghesio moriva a soli ventitré anni, dopo settimane di agonia. Oggi, cent’anni dopo, la sua storia torna a emergere dal silenzio, riportata alla luce da chi non accetta che la memoria di un giovane atleta si perda tra le crepe del tempo.

Nato a Genova nel 1903, Seghesio era cresciuto nell’Andrea Doria, una delle due anime calcistiche della città prima della fusione che avrebbe dato vita alla Sampdoria. Portiere elegante, reattivo, sorprendentemente moderno per l’epoca, aveva già disputato ottanta partite in massima serie, un traguardo enorme per un ragazzo di quell’età.

Lo chiamavano Gheghe. Era amato dai compagni, rispettato dagli avversari, osservato con interesse dagli addetti ai lavori. Qualcuno, sottovoce, iniziava persino a pronunciare la parola “Nazionale”.

Quel giorno, Andrea Doria–Pisa non era una partita qualunque. Il campo era pesante, il pallone ancora di più: il cuoio, impregnato d’acqua, diventava un proiettile. A metà gara arrivò un tiro violentissimo. Seghesio si tuffò, respinse, si rialzò tra gli applausi. Sembrava un intervento come tanti, uno dei suoi.

Invece, pochi minuti dopo, si accasciò. La pallonata gli aveva provocato un trauma interno gravissimo. Lottò per settimane, ma il 10 aprile si spense. Genova pianse un ragazzo, non solo un portiere.

La sua tomba al Cimitero Monumentale di Staglieno è un piccolo gioiello iconografico: un bassorilievo che lo ritrae in divisa, lo sguardo fiero, la postura da atleta. Ma il tempo non fa sconti. Da anni la lapide era in uno stato di degrado evidente: sporco, muffe, annerimenti, incisioni quasi illeggibili.

Un simbolo del calcio romantico lasciato a consumarsi nell’indifferenza.

Proprio da questa ferita nasce l’iniziativa del giornalista Renzo Parodi, che ha deciso di trasformare il centenario della morte di Seghesio in un’occasione di memoria attiva. Non una celebrazione sterile, ma un gesto concreto: una raccolta fondi per un intervento di pulizia della lapide e restituire dignità al giovane portiere.

Il lavoro di pulizia e recupero è stato affidato all’artigiano Aaron Fazzari, che lo ha già portato a termine con cura e competenza. Oggi il volto di Seghesio è di nuovo visibile, nitido, quasi vivo. La pietra è tornata chiara, le incisioni leggibili, la memoria salva.

Chi desiderasse contribuire al finanziamento dell’intervento può contattare privatamente Renzo Parodi. Non si tratta solo di sostenere un lavoro di pulizia: è un modo per partecipare a un gesto collettivo, civile, sportivo. Per dire che la storia non si abbandona. Che un ragazzo morto per il suo ruolo merita di essere ricordato.

A cent’anni dalla sua ultima parata, Mario Seghesio torna a essere ciò che era: un simbolo di coraggio, un frammento prezioso del calcio che fu, un volto che Genova non vuole più perdere.

Paolo Bardetta

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