La Sampdoria vive da anni una condizione che ha del paradossale. Una società gloriosa, con una tifoseria tra le più appassionate e numerose d’Italia, ridotta a rincorrere se stessa in un labirinto di scelte sbagliate, silenzi assordanti e identità smarrita. Dopo 12 giornate di campionato il bilancio è impietoso: una sola vittoria, quattro pareggi, sette sconfitte. Ultima in classifica, sola, ferita, e sempre più lontana da ciò che dovrebbe rappresentare.
Il campo non mente. Ma il campo, spesso, è solo il riflesso di ciò che accade fuori. Cambi societari, decisioni tecniche discutibili, giocatori demotivati, assenza di una visione chiara. Tutto contribuisce a un malessere profondo, che si traduce in prestazioni imbarazzanti e risultati che fanno male. Il vaso è rotto da tempo, e ogni tentativo di rattopparlo sembra solo accentuarne le crepe.
L’ennesimo cambio in panchina, prima Donati, scelto da un algoritmo, poi la coppia Gregucci–Foti, altro non è che l’ulteriore segnale di una navigazione a vista. Si cerca di raccogliere i cocci, ma manca la colla: quella fatta di idee, di programmazione, di coraggio e soprattutto di competenza.
Come scriveva Vasil Tolevski, aforista macedone: “Il primo segno che hai toccato il fondo è quando tutti intorno a te sono silenziosi come pesci.”
E forse è proprio questo il punto. Il silenzio. Quello di una società che non parla e quando lo fa utilizza monologhi senza contraddittorio, comunicati grotteschi o (rarissime) conferenze stampa dietro a un pc senza alcuna empatia ma con molta arroganza. Quello di chi dovrebbe spiegare, chiarire, rassicurare. Quello che fa più rumore di mille parole.
La Sampdoria sembra governata da lontano, senza la percezione reale di ciò che accade qui, tra la gente, tra i tifosi, tra chi ogni giorno indossa quei colori come una seconda pelle. E intanto si rischia seriamente di scherzare di nuovo col fuoco, come se la scottatura dello scorso anno non fosse bastata e soprattutto da essa non si fosse tratto alcun genere di insegnamento.
I tifosi sono stanchi, delusi, ma non smettono di amare. Si aggrappano a ogni segnale, a ogni nome, a ogni speranza di un cambiamento che non arriva mai. E intanto ogni partita è un pugno al cuore, un graffio all’anima blucerchiata. Vedere la maglia più bella del mondo umiliata e derisa, senza colpe, è una ferita che non si rimargina e sulla quale si continua impunemente a spargere il sale.
Serve una scossa. Serve chiarezza. Serve rispetto. Serve Sampdoria. Quella vera. Quella che non si nasconde. Quella che lotta. Quella che parla. Quella che non lascia soli i suoi tifosi abbandonati a un destino che assume sempre più i contorni dell’ineluttabile.
Perché la Sampdoria non è solo una squadra. È una storia. È un sentimento. È Genova. E merita molto di più rispetto a questa indecente vergogna.
Luca Podestà – Paolo Bardetta
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