“Chiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell’errore.”
Cicerone, in effetti, non aveva tutti i torti quando, ai suoi tempi, affrontava il tema dell’errore, soffermandosi in particolare sulla perseveranza nell’errore.
Tre giornate di campionato, una gara di Coppa Italia: quattro sconfitte, di cui due casalinghe. La Sampdoria si ritrova sola, a zero punti, fanalino di coda di una triste realtà che la vede rivivere lo stesso incubo della passata stagione.
Il successo, del resto, non consiste nel non commettere errori, ma nel non ripeterli. E se da un lato la società continua a sbagliare visione, trascinando la nave blucerchiata ogni giornata in nuove bufere, incagliata in se stessa e nelle sue paure, dall’altro anche Donati ci sta mettendo del suo.
Il mister, all’esordio stagionale in Serie B, dopo un promettente inizio in Coppa Italia — con una sconfitta immeritata ai rigori — sembra aver perso il faro della ragione, quella luce che inizialmente pareva aver trovato.
Quel fuoco interiore sembra essersi spento alla prima difficoltà. Alcune scelte discutibili, come il continuo cambio dell’undici iniziale e la sperimentazione di moduli e interpreti sempre diversi, hanno finito per smantellare le poche certezze che questa squadra possedeva, arrestando così la “ricerca definitiva d’identità”.
Una scelta, in particolare, ha lasciato tutti perplessi: la sostituzione di Ghidotti dopo tre giornate con Coucke, sconosciuto almeno per la Serie B.
Sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando lo scorso anno la Samp, complice anche i numerosi infortuni, fu costretta a cambiare sette portieri in una stagione, trovando una certa tranquillità mentale solo da gennaio con l’arrivo di Cragno, poi infortunatosi nei playout.
Ma se l’errore fu commesso lo scorso anno — ricordiamo che Ghidotti era stato preso per fare il titolare prima dell’inutile arrivo di Silvestri — perché ripeterlo anche ora?
Ogni volta che è stato chiamato in causa, Ghidotti si è fatto trovare pronto. Dal ritiro fino ad oggi ha dimostrato serietà e una certa sicurezza. Certo, gli errori li commettono tutti, ma perché puntare improvvisamente su un profilo alla prima esperienza, che si è rivelato responsabile dei due gol subiti?
Qual è stata la necessità, la motivazione che ha spinto Donati a cambiare portiere, sfiduciando senza motivo un Ghidotti che conosce l’ambiente e soprattutto il campionato cadetto? L’arrivo “algoritmato” — passatemi il termine — privo di visione e concretezza, ha forse prevalso sul vecchio e sano metodo dell’osservazione e della conoscenza?
Per alcuni saranno forse dettagli, ma è proprio curando i dettagli che si fa la differenza. E se Donati doveva cambiare qualcosa, sicuramente il portiere — Ghidotti, in questo caso — era l’ultimo da toccare.
Alla fine, ciò che si è generato è soltanto confusione: nella squadra, nell’ambiente, tra i tifosi.
E se sabato a Monza i blucerchiati dovessero incappare in un’ennesima sconfitta, a pagare sarà sicuramente Donati, capro espiatorio di problemi che stanno a monte. Donati ci sta mettendo del suo, e alla prima esperienza sta subendo le pressioni — lecite — di un ambiente, quello blucerchiato, stanco, sfinito, affranto, amareggiato e deluso.
Quella chiarezza tanto invocata dai tifosi, al momento, non è mai arrivata. E la barca, ogni domenica che passa, s’incaglia in nuove paure, in nuove incertezze.
La parabola del “portiere Ghidotti”, per usare un termine biblico, è solo un esempio di come, in assenza di programmazione, conoscenza e serietà, anche l’unica certezza venga smontata senza un valido motivo.
Ma la cosa più triste è che non c’è nemmeno la volontà di fare un “mea culpa”, di dire “forse è meglio affidarsi a chi ne capisce di più”, invece di nascondersi dietro una presuntuosa “algoritmata” convinzione di sapere. Perché oggi si chiama Ghidotti, domani potrà essere qualcun altro.
E intanto il tempo passa, la nave arranca e la paura aumenta.
Così chiudiamo gli occhi per non soffrire più e pensiamo a ciò che diceva il buon Socrate:
“Costui crede di sapere mentre non sa; io almeno non so, ma non credo di sapere. Ed è proprio per questa piccola differenza che io sembro essere più sapiente, perché non credo di sapere quello che non so.”
Paolo Bardetta
Luca Podestà
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