Tanto tuonò che non piovve. Dopo due giorni di incontri, confronti e consultazioni quando ormai anche il destino di Andrea Sottil pareva segnato a fronte dell’ennesimo scempio ecco il dietrofront e la decisione di andare avanti con lui ancorché con data di scadenza verosimilmente fissata dopo la trasferta di Reggio Emilia contro la vera regina del campionato reduce da quattro vittorie consecutive.
In assenza di comunicazioni ufficiali risulta difficile comprendere le ragioni di una scelta che alla luce di quanto visto domenica scorsa in campo e fuori pareva davvero l’estrema ratio e i rumors della mattinata davano per vicinissimo l’arrivo di Andreazzoli.
L’ipotesi più verosimile è che non si sia raggiunta la piena convinzione nella scelta del sostituto preferendo evitare il rischio di sbagliare ancora in un momento in cui il margine di errore è sotto lo zero, quella meno probabile che ci sia comunque convinti della bontà del lavoro di un tecnico dal quale finora non si è visto alcun miglioramento rispetto a chi lo ha preceduto anzi addirittura un calo nella media punti complessiva.
E quest’ultima considerazione porta a chiedersi in quali condizioni un allenatore virtualmente sfiduciato non solo dalla testa ma anche dalla base possa preparare serenamente una gara delicatissima al cospetto della capolista. Ma anche con quale autorevolezza nei confronti dei propri calciatori, i quali a loro volta – detto per inciso – non sono esenti da colpe.
La sensazione in questo momento è che si navighi a vista un un mare tempestoso. Sottil ha evidenti responsabilità ma non è l’unico attore di una situazione che sta diventando insostenibile per un ambiente che negli ultimi anni si è ampiamente guadagnato il guinness world record della sopportazione.
Nessuno vuole gettare la croce addosso ad Accardi, al quale Manfredi in estate ha consegnato le chiavi di Bogliasco, ma pur riconoscendogli di aver operato una rivoluzione copernicana in condizioni di estrema difficoltà (e col senno di poi ci si chiede se fosse proprio necessario) evidentemente qualche errore di valutazione è stato compiuto anche nella scelta di coloro che di quella rivoluzione avrebbero dovuto rendersi protagonisti oltre che nella gestione della guida tecnica.
Chi scrive peraltro ha sempre storto il naso davanti ai proclami trionfalistici estivi di chi giudicava la squadra alla stregua di una schiacciasassi ponendosi solo il dubbio se alla fine dovesse essere primo o secondo posto ma vederla alle soglie del giro di boa finanche fuori dalla zona playoff e a un solo punto da quella che conduce all’inferno dei playout è qualcosa di inaccettabile anche per chi i piedi li ha sempre mantenuti ben ancorati al suolo.
Quel che è certo è che il tempo delle chiacchiere è davvero esaurito, quello della riconoscenza da una parte e degli alibi dall’altra anche.
Perché il Siamo la Sampdoria che riecheggia spesso al Mugnaini da parte di chi ha in mano le sorti del Club (ed anche qui una volta per tutte andrebbe fatta chiarezza) rischia di restare un mantra fine a se stesso se alle parole non fanno seguito fatti e risultati concreti.
I margini per raddrizzare la stagione e cercare almeno di agguantare i playoff per salvaguardare quantomeno la dignità ancora ci sono ma che tutti si diano una regolata a ciascun livello societario per evitare di gettare alle ortiche l’ennesima occasione di restituire la Samp perduta alla sua gente che ne rappresenta il solo vero autentico patrimonio.
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