Partiamo dal presupposto che un esonero rappresenta sempre e comunque una sconfitta, non solo per chi lo subisce ma anche per chi si vede costretto a doverlo decidere. E non fa eccezione il caso di Andrea Pirlo, al quale va comunque umanamente riconosciuto di aver tenuto la barra dritta per tutta la scorsa stagione lavorando in condizioni tutt’altro che agevoli senza mai lamentarsi e mettendoci sempre la faccia – spesso in solitudine – e portando comunque la squadra ad un onorevolissimo sesto posto sul campo. Ciò premesso per l’esperienza che ho maturato in tutti questi anni in cui mi sono occupato di calcio, seppure da osservatore esterno e non certo pretendendo di possedere le competenze tecniche, pensare che tutte le colpe di una situazione certamente sgradevole e inattesa viste le premesse siano da ascrivere esclusivamente ad un unico responsabile, per quanto oggettivamente non parso all’altezza del compito assegnato quest’anno (per quanto attiene a quello trascorso ribadisco per quanto mi concerne la piena soddisfazione) a mio giudizio è come guardare il dito e non la luna. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci onde evitare fraintendimenti di sorta: il mercato condotto dal neo responsabile dell’area tecnica Pietro Accardi merita solo applausi soprattutto in relazione alle difficoltà nel dover fare le nozze coi fichi secchi a causa dei paletti imposti dal vincolo legato all’indice di liquidità. Pur tuttavia in queste prime tre giornate a parer mio sono emerse alcune lacune evidenti a cominciare dalla scelta dei portieri, entrambi reduci da una stagione pur positiva ma in serie C, dalla mancanza di un uomo d’ordine in mezzo al campo e di una valida alternativa almeno al momento alle due punte titolari che pure restano un lusso per la categoria. Lacune che potrebbero sicuramente essere colmate in queste ultimissime battute di mercato laddove se ne riscontrino le possibilità. Quando sento parlare di “corazzata” (sorvolando sulla facile e scontata ironia legata al termine nel malaugurato caso in cui le cose non dovessero andare come si spera) o di Ferrari (non riferendosi al difensore) arriccio sempre il naso perché onestamente questa Sampdoria è sicuramente attrezzata per provare a centrare l’obiettivo della risalita anche diretta ma alla stregua di almeno altre tre se non quattro concorrenti di pari livello. Fatto salvo il principio che i campionati non si vincono con le figurine ma con ingredienti indispensabili quali sudore, abnegazione, corsa, dedizione e unità di intenti, oltre alla capacità di adeguarsi in fretta ad una realtà alla quale in certi casi non si è abituati. Ora il timone passa nelle mani di Andrea Sottil, al quale spetterà il compito di invertire la rotta e il tempo ci dirà se era davvero tutta colpa di chi lo ha preceduto come auspicato. Nel frattempo però sarà bene che tutti si diano una regolata perché centrare l’obiettivo quest’anno rappresenta non solo una gioia sportiva ma anche una impellente necessità per poter finalmente tornare a programmare un futuro tranquillo.Gli unici che nulla hanno da rimproverarsi restano gli impagabili tifosi blucerchiati, ai quali si può solo dire grazie per la pazienza e la fede incrollabile dimostrata in questi anni che definire difficili appare perfino riduttivo. Quasi ventimila tessere staccate rappresentano un atto di fede che merita di essere ripagato dimostrando di uscire sempre con la maglia sudata, che poi è l’unica cosa da loro pretesa. Insomma d’ora in avanti gli alibi sono finiti; il fondo alla classifica della serie cadetta è qualcosa contro natura e una macchia che non si può sopportare oltre. A prescindere da chi siede sulla panchina e da chi invece va in campo.
E allora Forza Sampdoria, la strada è lunga (e tortuosa) ma come recitava un immortale brano dei Pink Floyd “united we stand, divided we fall”.
Ad majora.
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