Ecco le parole di Yepes ai taccuini dell’edizione odierna de “Il Secolo XIX”: “La testa conta più del fisico. Ora giochiamo meglio perché siamo più incazzati”.
Contro il Lecco è stata la sua miglior partita? “Buona gara ma deve essere la base, la partita-normale. Sento la fiducia del mister, la porto in campo, gioco tranquillo, rilassato, senza preoccupazioni e tutto viene da solo”.
In molti hanno rivisto delle similitudini con Torreira.
“Con Lucas siamo amici, in passato abbiamo scherzato sul paragone con lui. Mi fa piacere, ho alcune qualità simili, ma io sono Yepes, lui Torreira”.
In cosa si sente cresciuto?
“Fisicamente: polmoni, gambe, gestisco meglio i 90’, non vado in affanno. Giocare con continuità è decisivo”:
Pirlo ha detto: “Gerry ci ha rubato l’occhio”. Quando si è accorto di averlo colpito?
“Te ne accorgi quando ti mette dal 1’ gara dopo gara. È un orgoglio che lui, che è stato chi è stato nel mio ruolo, dica certe parole, mi dà autostima e voglia di aiutare la squadr”.
Le avrà dato qualche consiglio speciale…
“Sì. Nel mio ruolo all’inizio devi in primis essere sicuro nei passaggi, rischiare poco, se ne sbagli tanti con la squadra aperta poi sono dolori. Ma qualche tempo fa Pirlo mi dice: “Tra una palla di qui, e una di là, all’improvviso buttala in avanti alle spalle dei difensori, li prendi di sorpresa e mandi l’attaccante in porta”. Ho iniziato a provarci in allenamento, poi al minuto 2 a Brescia l’ho fatto in partita e ho lanciato De Luca come diceva il mister”.
Che ha detto anche: “Yepes gioca già da veterano”.
“Mi sento un giovane-vecchio della squadra, ho 21 anni, ma sono arrivato qui a 15, è il terzo anno in prima squadra. Nel gruppo c’è gente più esperta, ma sono uno di quelli da più tempo qui”.
È per questo che quando ha salvato il gol su Eusepi contro il Lecco ha esultato come un tifoso?
“La Sampdoria è la mia seconda casa, se non la prima. Era impossibile essere accolto meglio, mi sono adattato facilmente. A 16 anni andavo al Ferraris a tifare Samp. Ora differenzio il professionista che scende in campo e il tifoso che sono dentro di me. Ma quando ho salvato il gol sotto la Nord, e abbiamo tenuto il 2-0, per un attimo mi sono sentito come fossi sugli spalti a esultare per la giocata fatta”.
Quanto si sente genovese?
“Tanto. Appena arrivato alla Samp ho trovato tanti compagni di squadra napoletani, così parlo italiano con un accento del Sud, ma ho molti amici genovesi e lo è pure la mia ragazza. Io vivo a Bogliasco, lei a Quarto, i suoi mi invitano a casa, il pesto è super, ma il piatto più buono che mi ha cucinato sua madre è il brandacujun. Anche la mia fidanzata, Beatrice, gioca, prima era nella Samp, l’ho conosciuta qui, è terzino, quando posso vado a vederla, ma non parliamo solo di calcio”.
E lei, perché gioca?
“Grazie a mio padre Angel: a un anno avevo il pallone tra i piedi, da bimbo sono entrato nelle giovanili dell’Espanyol. Papà a Barcellona va a vedere le partite con i tifosi del Sampdoria Club España. Ma spesso viene a vedermi qui con mia madre, Montserrat, anche se lei soffre tantissimo: con Spezia e Lecco erano a Marassi”.
Sempre stato regista?
“No, ho iniziato da punta, poi mi hanno arretrato fino a diventare play. Difensore no, non ho l’altezza”.
Ma sa farsi valere.
“Sono quasi sempre uno dei più piccoli, per fare fronte a questo devo essere più furbo, intelligente, veloce di testa per arrivare prima sulla palla senza metterla sul fisico”.
Nel calcio moderno tornano di moda i piccoletti?
“La palla comanda. Se sai giocare coi piedi non c’entra se sei alto, basso, magro o grosso. Il più forte di sempre non è un gigante… Messi, anche se preferisco Ronaldo: il primo è il migliore, dono di natura, ma apprezzo CR7 per come si è costruito. Se sei più piccolo hai il vantaggio del baricentro più basso, sei più reattivo. Su una palla alta vai in difficoltà. L’importante è leggere prima le situazioni”.
Cosa è cambiato nella Samp negli ultimi due mesi?
“La mentalità. Prima ci eravamo quasi abituati a subire, a venire sconfitti. Ma abbiamo messo un punto, abbiamo detto “basta” e ci siamo trasformati”.
Ora se perdete vi arrabbiate?
“È la frase tipica di Esposito prima di ogni gara: “Belli incazzati eh!”.Può sembrare banale ma se scendi in campo arrabbiato sei più pronto, arrivi prima sul pallone, vai in pressing con più energia”.
Kasami vi parla tanto prima e durante le gare: quanto vi aiuta uno come lui?
“Ecco, se si arrabbia lui, meglio stare zitti e fare sì con la testa (ride). Kasami in B fa tanta differenza: fisico, tecnica, intelligenza, legge le fasi della gara, se accelerare, rallentare, la sua esperienza si sente».
Nelle prime 8 partite siete stati da retrocessione, nelle seconde da promozione.
«Le prime 8 male, le seconde 8 sono state normali, le prossime 8 dovremo essere super per risalire ancora. Tufano diceva: “Mi piace guardare le cose dall’alto verso il basso”. Ma per arrivarci devi dare il meglio partita dopo partita”.
Come sta aiutando il suo amico Pedrola?
“È un po’ giù, per me è un fratello, ci conosciamo da tempo, spero si metta presto a posto del tutto e poi ci venga a dare una mano, lo aspettiamo a braccia aperte”.
Sabato si torna in trasferta contro la Reggiana: imparata la lezione di Brescia?
“La linea tra essere presuntuosi o meno è sottile: lì lo siamo stati, abbiamo pensato che le gare fossero tutte uguali e abbiamo preso 3 gol senza capire come. Un po’ come se nelle boxe prendi dei pugni senza sapere da dove arrivano. Serve l’approccio giusto, dare il primo cazzotto, chi picchia per primo picchia due volte”.
A proposito, anche lei al suo primo gol “picchierà” Pirlo come Esposito?
“No, ma voglio abbracciarlo presto anche io. Ricordo il primo gol con l’Under 17 della Samp, di testa alla Juve. Sogno il primo a Marassi, con la mia famiglia allo stadio: lo dedicherei a loro, e poi sotto la gradinata a festeggiare, come se fossi sia in campo che sugli spalti”.
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