Ecco le parole di Kasami ai taccuini dell’edizione odierna de Il Secolo XIX.
Dove nasce l’amore per la natura?
«Sono nato a Zurigo ma cresciuto ad Andelfingen, 30 km dalla città, in campagna. Quest’estate mi allenavo lì da solo, correvo tra le vigne. Appena posso vado lì, in famiglia libero la mente. Quando gioco, in testa ho solo il calcio. A casa rallento, trovo equilibrio».
E il mare?
«Lo preferisco alla montagna, mi ricorda le vacanze dai parenti in Albania, a Durazzo. Quando ero all’Olympiacos facevo il bagno d’inverno, lo farò pure qui, potrei portare Borini, ci potrebbe stare. Amo l’acqua fredda, la doccia gelata mi dà energia. Vivo a Nervi, guardo il mare mezz’ora e non mi stufo, mi ricarico. In passato ho provato il surf a Bali e in Costa Rica, bello ma finché giochi non si può fare. Adoro le onde, la forza della natura».
La Samp ha preso l’onda giusta da cavalcare?
«Si può dire ma serve ancora tanto lavoro, umiltà per continuare come a Modena. Di sicuro c’è più fiducia in ognuno di noi e nell’ambiente».
Perché la Samp?
«Avevamo parlato a giugno, ma il club era in fase di transizione e avevo un’opzione per restare all’Olympiacos. Poi lì è cambiato tutto, ero libero, ho parlato di nuovo con la Samp, avevano qualche dubbio su come stessi fisicamente, ma a Bogliasco hanno visto che era tutto ok. E sono qui»
All’Olympiacos ha conosciuto Karembeu.
«Ho un rapporto molto stretto con lui, sin dalla mia prima volta lì, nel 2015. Mi ha detto: “La Sampdoria ha tifosi fantastici, si vive per il calcio, a te piace la pressione, non ho dubbi: farai bene”. Ci segue, dice che dobbiamo subito risalire in A. L’ho ascoltato ma la Samp è un club storico, convincermi a venire era facile».
Ricorda qualche vecchio giocatore blucerchiato?
«Quando ero alla Lazio e al Palermo c’erano Cassano, Pazzini, mi piacevano Mannini, e Palombo, ho giocato con Diana a Bellinzona. Poi ricordo la Samp con Vialli, Mancini, Karembeu. E Gullit, ho rivisto le vecchie partite su Youtube, era impressionante»
Alla Samp Gullit si rilanciò: ci prova pure lei?
«Io mi sento il Kasami più maturo di sempre, nel pieno, voglio dimostrarlo, ho un anno di contratto ma tanta ambizione per me e per la Samp. In carriera potevo fare di più, ci sono stati trasferimenti sbagliati, spinto da presidenti e procuratori non ho sempre fatto le scelte che volevo e questo mi ha fatto male. Al Fulham ero stato bene, al Nottingham Forest dopo due giorni chiamai Raiola, all’epoca mio agente, e gli dissi, “Mino voglio andare via, non sono felice”. Ora mi sento nel posto giusto».
Perché?
«Sento fiducia. All’inizio non ero nelle condizioni che volevo, ora sto bene, pronto a prendermi tutte le responsabilità nel bene e nel male, aiuto i compagni in campo e fuori, sanno che sono al loro fianco».
Per questo i giovani la chiamano Zio Pat?
«(Ride). Va bene, possono chiamarmi come vogliono e possono chiedermi di tutto. La maglia della Samp pesa, ci sono tanti giovani: io sono qui, gli dico di appoggiarsi a me, alla mia esperienza»
Con il Palermo ha dato subito la scossa con il palo sotto la Sud e ha chiuso prendendosi l’ultimo fallo, incitando i tifosi. E prima del match aveva parlato alla squadra: cosa aveva detto?
«C’era un’ aria pesante, con i tifosi giustamente scontenti. Avevamo tutto da perdere ma dovevamo far vedere che c’eravamo e ci battevamo per la maglia. Gli ho detto: “Partiamo forte, aggressivi, nei primi 10’ facciamo tutti una corsa in più, un’entrata in più, portiamo i tifosi dalla nostra parte, sei li hai con te prendi forza. Gli avversari appena entrano a Marassi devono avere paura, sentire che non hanno chance di fare punti. Sento addosso le emozioni dei tifosi, soffrivo come loro, come tutti nel club, loro vogliono che diamo tutto, e ora vogliamo gioire insieme».
Una volta ha sfidato e battuto Pirlo segnando dopo un suo errore. Ma poi…
«Ogni tanto ci scherzo su con lui: Champions League, Olympiacos-Juve, 1-0 per noi, gol mio, simile a quello di Modena. Al ritorno però la sblocca Pirlo con una gran punizione e vincono loro: per me è il miglior centrocampista di sempre. Un onore battersi con lui e ora è ancora più bello averlo dalla mia parte come mister. La Champions è il livello massimo: giocarla ti dà sicurezza»
Come Pirlo può spaccare le partite con i suoi tiri. Ha segnato più di 70 gol, uno alla Van Basten in Premier.
«Stop e tiro al volo di destro, col Fulham, lo ricordano tra i più belli della Premier, di sicuro è il più bello della mia carriera. Sì, potrei, posso e spero di sbloccare un po’ di gare con tiri improvvisi da 25 metri. Dopo Modena spero di ripetermi a Marassi».
Si sente più svizzero o albanese?
«Sono nato e cresciuto in Svizzera, parlo 6 lingue, ma dentro mi sento albanese come mamma e papà. In campo sento la carica più mediterranea di noi giocatori balcanici. Quando gioco sono un’altra persona, indosso la maglia, ora questa bellissima blucerchiata, e mi trasformo. Quando rivedo le mie immagini in campo, con quell’adrenalina, sono sconvolto da me stesso, non mi riconosco».
Indossa sempre un polsino bianco: scaramanzia?
«In realtà ne ho due, c’è anche quello blu di mia madre, mi danno forza».
Quanto conta la testa?
«Tanto, ci ho lavorato, sono migliorato molto. Ho uno standard di pretese da me stesso troppo alte, in passato mi facevo male da solo, ora ho trovato equilibrio. Leggo tanto, mi piace il libro “Implacabile” di Tim Grover, il coach di Bryant: quando sono in difficoltà lo rileggo. Mi ispira Kobe, la Mamba Mentality, se ti alleni come se fossi in partita, poi in gara ti pare tutto più semplice. E mi ispira Federer, l’ho conosciuto, so che simpatizza per la Samp. Nel calcio scelgo Maradona e Zidane, ci hanno reso felici con le loro magie».
Passioni extra-calcio?
«L’arte. Ho già visitato un museo a Nervi. Il top è la National Gallery di Londra. E qui ho tanti posti storici da vedere».
I compagni sognano la Serie A, a partire da Borini.
«Fabio è un top player e come persona è un gran motivatore, uno come lui nello spogliatoio aiuta, sproniamo i giovani. Io ci spero, bisogna puntare più in alto possibile ma devi giocare partita per partita puntando a vincerle tutte. È il bello del calcio, nessuno sa cosa succede domani. Viviamo il presente al massimo. E poi tra 3-4 mesi ne riparliamo».
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