Di Valentina Cristiani
Sulla riconferma del tecnico blucerchiato, Claudio Ranieri, si è esposto anche il ct azzurro Roberto Mancini, in una lunga intervista concessa in esclusiva al nostro portale.
Con il nono posto solitario in campionato, 45 punti in classifica con quattro giornate ancora da disputare e dopo la terza vittoria consecutiva, Ranieri si è guadagnato sul campo la riconferma alla guida della Samp?
“Io penso che Ranieri abbia fatto un buon lavoro alla Sampdoria e, considerando anche la situazione del calcio quest’anno data la pandemia, sono convinto che abbia fatto bene e si meriti senz’altro la riconferma”.
La stagione della Samp è stata sicuramente molto positiva nonostante i problemi legati agli infortuni di Keita e Gabbiadini e la condizione non ottimale di Silva. E’ stato fatto il massimo o si poteva ambire a qualcosa di più?
“Non conosco totalmente la situazione della Samp quindi diventa difficile per me parlarne, assolutamente”.
Riavvolgiamo il nastro della sua – meravigliosa – carriera. Aveva 17 anni quando Paolo Mantovani firmò un assegno record per eleggerla ‘trave portante’ del progetto Samp. Lo storico presidente blucerchiato le fece anche il complimento più bello tra tutti quelli che ha ricevuto: “Spero che tu possa avere un figlio uguale a te. Grazie per avermi capito più a fondo di tutti”. A distanza di tempo può dirci il significato di quelle intense quanto emozionanti parole? Cosa avrebbe potuto dare Paolo Mantovani a questo calcio moderno?
“Parole che arrivano diritte al cuore. Per me Mantovani è stato veramente una persona speciale, sono rimasto alla Samp tanti anni per lui, per l’affetto e per queste parole che aveva sempre per me. Dispiace che oggi non ci sia più e che sia mancato troppo presto perché lui aveva già capito in che direzione andava il calcio quindi avrebbe sicuramente dato una mano per migliorarlo e tenerlo ad alti livelli”.
Non tutti ricordano che da calciatore, alla Samp, ha disegnato la divisa sociale, scegliendo personalmente il tessuto. Da allenatore ha poi introdotto la moda della sciarpa, rigorosamente di cachemire. Cosa ricorda di quelle divise “personalizzate”?
“E’ successo una volta in Coppa delle Coppe, in trasferta, a Zurigo, contro il Grasshopper (1989-90) che aveva la divisa metà bianca e metà azzurra, data l’impossibilità di giocare con la divisa blu o bianca. Così abbiamo provato a farle rossocerchiate, e sono anche venute bene. La sciarpa, invece, penso che tutti la mettano così, non è niente di particolare (sorride,ndr)”.
Sono stati due gli allenatori, maestri, con cui ha legato di più: Vujadin Boskov, con cui vinse lo scudetto con la Samp nel 1991, che è stato uno zio buono. «Tanto la formazione la fa Mancini», dicevano all’epoca. E Sven Goran Eriksson, che dopo averla avuto in blucerchiato la chiamò alla Lazio per vincere il 2° scudetto a fine carriera. Che ricordi ha umani e professionali?
“No, non è vero, la formazione la faceva sempre Boskov. Ho avuto un rapporto ottimo con tutti e due anche se, bisogna ammetterlo, sono due allenatori con caratteristiche diverse. Due persone speciali per me”.
Dulcis in fundo, in Nazionale ha giocato relativamente poco in rapporto alla sua classe. Il debutto nel 1984 con Bearzot, l’ultima partita dieci anni dopo (1994) con Sacchi. Il suo score parla di 36 presenze e 4 reti. Ha partecipato ad un Europeo (1988) e un Mondiale (1990), quest’ultimo da riserva, senza mai scendere in campo. Colpa di un carattere un po’ “chiuso” che non le permise di legare totalmente con due tecnici carismatici come Bearzot e Sacchi o altro?
“In Nazionale ho giocato in tempi in cui c’erano grandissimi calciatori, quindi anche per gli allenatori non era facile scegliere. Sinceramente però si, ho giocato relativamente poco per le qualità che avevo. Questo sicuro”.

Facebook Comments