Negli anni d’oro della storia blucerchiata, spesso le strade di Sampdoria e Milan si sono incrociate al vertice. Partite epiche, decisive per l’assegnazione di trofei domestici – la Coppa Italia 1984-85, oltre alla Supercoppa nel 1988 e ’89 – ed europei (Supercoppa Uefa 1990, andata ancora al Milan), così come per lo Scudetto. La vittoria per 0-1 a San Siro, con il famoso gol dei cinque tocchi al volo di Toniho Cerezo, fu infatti il primo fondamentale mattone nella stagione del trionfo tricolore. Impossibile poi non citare il giorno della vendetta di Gullit, con il 3-2 in rimonta del campionato 1993-94.
Per mere questioni anagrafiche, però – quando andò via Mancini avevo dodici anni – i miei ricordi blucerchiati più consapevoli sono quelli legati agli ultimi due decenni. E allora sono due le sfide al Diavolo che porto davvero nel cuore: la prima è, naturalmente, il 2-1 firmato Pazzini dell’aprile 2010. Fondamentale per continuare a inseguire quel folle sogno chiamato Champions League. E meraviglioso, come solo un gol oltre il 90° sa essere. Se qualcuno – cosa assai improbabile – non ricordasse quel momento, possiamo chiamare in soccorso l’iconico urlo del nostro amico Marco Benvenuto.
Ma la partita che ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca è il successo, sempre per 2-1 e sempre in rimonta, del settembre 2005. La Sampdoria, tornata in Serie A da due stagioni, aveva raccolto fin lì ben poche soddisfazioni contro le grandi (una vittoria a Torino contro la Juventus ed una in casa ai danni della Roma). E il Milan sceso quel pomeriggio al Ferraris era davvero una grande: Campioni d’Europa nel 2003, i rossoneri erano reduci dalla sciagurata finale di Istanbul persa ai rigori al cospetto del Liverpool, su cui si sarebbero vendicati due anni dopo. Potevano schierare il Pallone d’Oro in carica, Shevchenko, e quello che lo sarebbe divenuto di lì a poco (Kakà, 2007). Oltre a Maldini, Stam, Seedorf, Pirlo… Una gara dal pronostico chiuso, o quasi.
E l’avvio non faceva che confermare le premesse. Milan in vantaggio grazie a Gilardino, sulle ali di uno Sheva che – visto dalla Gradinata – mi sembrava, minuto dopo minuto, sempre meno terrestre. E vicino anche al raddoppio, ancora con Gila. Ma i ragazzi di Novellino non restavano a guardare. Prima con una debole conclusione di Zauli e poi… Punizione di Volpi, palla messa fuori che finisce a Tonetto: cross e stacco perfetto di Castellini, con la palla che va a stamparsi sulla traversa. Nemmeno il tempo di esaurire l’urlo di disperazione, che Bonazzoli trova la perfetta coordinazione con il sinistro per mandare il pallone alle spalle di Dida. In quel momento, mai avrei pensato che quello non sarebbe stato il grido più forte della giornata.
Eppure, fu così. Diana va via a Khaladze sulla destra: cross al centro su cui Flachi – appena entrato – prova la clamorosa rovesciata, non trovando il pallone. E di nuovo, prima di avere modo di rammaricarsi davvero per l’occasione mancata, ecco comparire T-Max Tonetto: controllo con il destro e mancino violentissimo a scuotere la rete sotto la Sud. Le emozioni sono in grado di modificare la percezione dei nostri ricordi, quindi non date troppo peso alle mie parole. Ma quello, per me, fu uno dei boati più belli mai vissuti in Gradinata. Un urlo carico di gioia, stupore, orgoglio dato dalla caratura di chi, quel pomeriggio, stava cadendo al Ferraris dopo le troppe stagioni in Purgatorio. Quanto mi mancano quegli anni.
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