Fabrizio Ferron in esclusiva a Blucerchiati: “Alla Samp tre anni meravigliosi con dei tifosi fantastici. Quella volta che entrai nello stanzino di Trentalange …”

Fabrizio Ferron in esclusiva a Blucerchiati: “Alla Samp tre anni meravigliosi con dei tifosi fantastici. Quella volta che entrai nello stanzino di Trentalange …”

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L’ex portiere blucerchiato Fabrizio Ferron (oggi allenatore degli Under 17 della Nazionale) è stato ospite ieri della nostra diretta facebook, ripercorrendo tra l’altro le sue tre stagioni da numero uno della Samp a cavallo tra il 1996 e il 1999.

Il campionato ripartirà il 20 giugno, come vedi questa ripresa?

“Finalmente si torna in campo, vuol dire che stiamo meglio dopo questa tragedia. Si torna a giocare in condizioni non ottimali e con una gara dietro l’altra con poco recupero, sarà dura per tutti. Un campionato che non sarà realmente la seconda parte del primo, sarà totalmente diverso. I giocatori sono stati fermi tantissimi giorni e dovranno riprendere non con la preparazione, ma con partite vere. Il rischio sarà quello degli infortuni muscolari, dato il poco recupero tra una partita e l’altra.”

Che opinione hai di Mister Ranieri?

“Che dire, parliamo di uno dei tecnici con più esperienza del calcio italiano con alle spalle tantissime partite e squadre in condizioni diverse, comprese quelle che si dovevano salvare. E’ un esperto nella categoria e infatti parla saggiamente di mantenere sempre alta la tensione e riposare bene perché in queste gare sarà più importante la ripresa dell’allenamento pre gara. Saprà come muoversi bene in questo campionato.” 

Cosa pensi di Audero? 

“Audero lo conosco bene, l’ho allenato negli under 17, è un vero portiere. È giovane ma ha già qualità straordinarie, farà tantissimi anni in serie A, ne sono sicuro.” 

Facciamo un passo indietro, cosa è cambiato da quando giocavi tu? 

“A parte la costruzione da dietro direi non molto, sono cambiati i ritmi e il modo di allenarsi, ma è difficile fare paragoni. Belli gli anni 90 del calcio, i migliori, tanti campioni e tasso tecnico molto più alto di ora, anche se devo ammettere che in fondo per i portieri è cambiato piuttosto poco. Per quanto mi riguarda sono orgoglioso di aver giocato sempre titolare in un periodo così.”

Andiamo con ordine: prima stagione con Sven Goran Eriksson, sesto posto e qualificazione in Coppa Uefa …

“Bellissima annata. Di Eriksson ho un ricordo piacevolissimo, ottimo tecnico e persona sempre pacata e aperta al dialogo. La squadra era un giusto mix tra giocatori esperti e giovani di grandi prospettive, basti pensare a Veron che a 21 anni era già fortissimo. Giocavamo bene e ci divertivamo. La società poi ci metteva a nostro agio trasmettendoci serenità. Eravamo una grande famiglia e tutto funzionava alla perfezione.”

Via Eriksson l’anno successivo arriva Luis Cesar Menotti, quindi il ritorno di un monumento come Vujadin Boskov dopo l’esonero del tecnico argentino che pur vantando un curriculum eccezionale non riuscì mai a lasciare la sua impronta.

“Menotti aveva un modo particolare di concepire il calcio. Lui sosteneva che la squadra doveva allenarsi al cinquanta per cento e che il resto lo faceva l’emotività. Ricordo che una volta gli dissi “Mister, va bene l’emotività ma gli altri corrono il doppio di noi …” Secondo il suo criterio le sedute dovevano terminare al giovedì per arrivare riposati alla partita della domenica. Detto ciò era comunque un personaggio affascinante, ascoltarlo era un piacere. Boskov aveva un bel modo di essere, diceva sempre le cose con durezza ma non te ne accorgevi. Mi sono divertito molto, ti sapeva coinvolgere, non puntava mai il dito. È quel tipo di allenatore per cui il giocatore faceva una corsa in più. Correvi dietro a lui… Ti faceva rendere tanto. Alla fine centrammo un nono posto che viste le premesse fu comunque un risultato positivo. Non dimentichiamoci che quell’anno si consumò anche il sofferto addio di un pezzo di storia blucerchiata come Mancini. Matute Morales, che per molti era erroneamente considerato il suo erede, fu caricato di troppe responsabilità. Uno come Roberto non poteva essere sostituito con nessun altro.”

E veniamo alle dolenti note: nel 98/99  arriva Luciano Spalletti, quindi il duo Platt-Veneri e di nuovo Spalletti in una stagione sciaguratissima conclusa con una retrocessione incredibile.

“Quella  stagione ha visto andare via molti giocatori importanti e la qualità inevitabilmente si era abbassata, sapevamo che il campionato sarebbe stato più difficile anche se comunque credevamo di poter chiudere a metà classifica. Abbiamo pagato qualche infortunio come quello di Montella, giocatore fondamentale, che è stato fuori un pó di mesi. La sua importanza per noi si è vista quando è rientrato segnando dieci gol. L’allenatore era nuovo e aveva bisogno di fare esperienza, con lui ci siamo capiti tardi e ci siamo scontrati con la realtà. Abbiamo perso troppo tempo all’inizio e non lo abbiamo più recuperato. Spalletti poi ha dimostrato col tempo di essere un ottimo tecnico, noi abbiamo patito purtroppo un cambio radicale  di squadra e l’arrivo di un allenatore con mentalità diversa dal precedente. A Bologna avevamo quasi raggiunto la salvezza poi è andato tutto storto con quel rigore allucinante a tempo quasi scaduto. Ma quella non fu l’unica gara assurda di quel finale, ricordo bene anche la partita di San Siro contro il Milan quando a pochi minuti dalla fine ci trovammo in due contro Abbiati e il povero Catè anziché servire il liberissimo Pecchia pensò di passare alla storia sbagliando clamorosamente. La vittoria quel pomeriggio ci avrebbe dato una spinta psicologica pazzesca e avrebbe sicuramente voluto dire centrare il traguardo. Dopo Bologna vincemmo l’ultima in casa con il Bari già retrocesso ma anche in virtù dei risultati provenienti dagli altri campi fu tutto inutile. Si vede che doveva andare così.”

Del rigore di Bologna e di Alfredo Trentalange i tifosi blucerchiati si ricorderanno per sempre …

“Fu un errore grave, e d’altro canto lo stesso Trentalange a distanza di tempo lo ammise alla Domenica Sportiva. Anni dopo quando ero a Verona mi capitò di incrociarlo di nuovo in un derby contro il Chievo da lui diretto. Approfittando del fatto che la porta del suo stanzino era aperta entrai e gli dissi che avevo apprezzato il fatto che avesse ammesso l’errore. Mi rispose che noi eravamo stati molto duri con lui e gli feci presente che per noi si stava consumando una tragedia sportiva. Non fu per quel rigore che andammo in serie B ma quel rigore ci fece retrocedere.”

Che effetto ti ha fatto difendere la porta della Samp dopo due icone come Pagliuca e Zenga? 

“Io pensavo alla mia stagione, Pagliuca è la storia della Samp, io pensavo a me non ero in competizione. Pagliuca e Zenga sono due grandi nomi, è stato un onore far parte di quei portieri, ho avuto la fortuna di trovare sulla mia strada Piero Battara, un preparatore straordinario, era come se fossi stato all’esordio quando l’ho conosciuto, e invece avevo 30 anni. Il mio modo di stare ora coi ragazzi l’ho preso da lui, faccio ancora molto di ciò che mi ha insegnato. Mannini e Mancio erano la Samp, questo lo voglio ricordare. Loro ti spiegavano quello che il Club rappresentava e come ti dovevi comportare, in modo stupendo, senza farti sentire inadatto o fartelo pesare.” 

In conclusione, un tuo ricordo dei tifosi blucerchiati. 

“Quando sono arrivato a Genova mi avevano parlato molto dei tifosi, Mantovani aveva dato loro una linea, e io ancora oggi quando mi chiedono come sono stato alla Samp dico che i tifosi, che si perdesse o vincesse, non hanno mai fischiato né i propri, né gli avversari e la chicca finale è che io abitavo a Nervi e dopo la retrocessione mi fermavano per strada e mi dicevano “ci dispiace per voi”. Ditemi, dove li trovi dei tifosi così?”

 

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