Può uno dei peggiori rovesci della storia blucerchiata avere degli aspetti positivi? Sì, se sarà servito a rendere finalmente chiaro a tutti, da Quagliarella e compagni all’ultimo dei magazzinieri, dal più ottimista dei tifosi a quello più mugugnone che la Sampdoria ha davanti quattordici partite in cui dovrà sudarsi la permanenza in Serie A, lottando su ogni maledetto pallone da qui al 24 maggio prossimo.
Questa è la realtà, piaccia o meno. C’è una cosa che, indipendentemente dal giudizio sull’operato dell’attuale gestione, dal settore cui si è abbonati, dal seguire la squadra in tutte le trasferte o dal più comodo divano di casa, ci accomuna. L’amore per quei quattro colori mescolati in quel modo che non ha eguali al mondo. Ma l’amore – quantomeno per chi scrive – necessita anche di scomode verità. Soffermandoci sulla disfatta di domenica, potremmo discutere per ore sull’opportunità di designare il toscano Irrati, già protagonista in negativo al Ferraris solo poche settimane fa, dopo il gran polverone sollevato dal presidente viola Commisso. Potremmo ragionare di rigori che hanno entrambi richiesto un intervento Var. E di una Sampdoria che, per la perdurante confusione societaria, manca probabilmente anche di quella forza e quel prestigio che a livello istituzionale certo male non fanno.
Potremmo parlare di un promettente avvio di gara, volitivo e arrembante. Cancellato dalla consueta, sconcertante, fragilità difensiva. Certificata dalle statistiche avanzate: i ragazzi di Ranieri hanno subito 43 reti, mentre i gol attesi al passivo (fonte Understat) dovrebbero essere “solo” 32, per un differenziale di 11 reti che è la peggior prestazione dell’intera Serie A. Potremmo discutere di tutto questo e molto altro, ma ci allontaneremmo dal cuore del problema.
I cinque gol subiti da Chiesa e compagni, ma soprattutto i 23 punti in 24 giornate (media 0.96 a partita) non mentono. E discendono da una gestione in palese affanno, che ha prodotto due mercati consecutivi chiaramente deficitari. Acquisti e cessioni che hanno prima indebolito una rosa non certo di livello europeo, ma comunque capace di condurre in porto un campionato senza patemi, e che senza dubbio non ne hanno migliorato la qualità lo scorso gennaio.
Vero è che se la stagione finisse oggi, la Sampdoria sarebbe salva. E che alle 20 di sabato 8 febbraio, subito dopo aver superato il Torino, la classifica aveva tutt’altro sapore rispetto a quella di domenica alle 17. Ma è innegabile che Genoa e Lecce abbiano cambiato marcia, avendo trovato continuità di prestazioni e, soprattutto, punti molto pesanti. Come è innegabile che l’Udinese, con la sua cronica difficoltà a segnare, e il Torino alla quinta sconfitta consecutiva, abbiano ancora un vantaggio rispettivamente di tre e quattro punti. E che il prossimo avversario si chiami Inter, a San Siro.
Ma con 14 giornate ancora da disputare, il campionato resta tutto da scrivere. E qui torniamo al punto di partenza: se i cinque schiaffi dell’amico Beppe saranno serviti a comprendere davvero la situazione – brutta, complicata, intricata, ma risolvibile se tutte le componenti faranno quanto nelle loro possibilità – tra qualche tempo il loro ricordo potrebbe non essere poi così doloroso.
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