Un caso? Chissà: presto sapremo. La realtà racconta che Gonzalo Maroni detto maravilla (soprannome assolutamente azzeccato) si presenta alla Sampdoria con lo stesso sguardo e gli stessi occhi intelligenti di un suo
connazionale soprannominato la brujita, la streghetta, Juan Sebastian Veron, uno dei tanti argentini che negli anni hanno lasciato il segno nel club blucerchiato. Era il 1996, Juan Sebastian aveva ventuno anni, uno in più del Maroni di oggi. Segni comuni: un grande avvenire dietro alle spalle, le stesse frasi per presentarsi. Umiltà, ma pure carattere: «Sono qui per imparare — ammette Gonzalo —.Vengo per portare il mio contributo a una società dove sono passati tanti argentini importanti. Credo, però, che nella vita ciascuno di noi abbia la sua storia, anche al di fuori del calcio. E pure io, quindi, alla fine cercherò di scrivere la mia». Perché si possa dire che qui, un giorno, dopo Correa e Campagnaro, Icardi, Romero e Maxi Lopez, è
passato pure Gonzalo Maroni da Cordoba. La storia di Veron è già leggenda, lui deve ancora scriverla. Ma, diciamo così, i primi capitoli promettono bene. Preso subito sotto l’ala di un uruguaiano (Ramirez) e di un paraguaiano (Barreto) — Sudamerica al potere («grazie a loro sto accelerando il mio inserimento in gruppo») —, questo trequartista duttile s’è subito adattato al ruolo di esterno offensivo nel 4-3-3 di Di Francesco, nelle prime prove di un modulo che da lunedì prossimo, in ritiro, verrà approfondito. «La mia filosofia è semplice. Cerco di fare bene. Sempre. Bisogna sapere sfruttare le occasioni». E Gonzalo, sino ad oggi, c’è sempre riuscito. Nell’Instituto, a Cordoba, quando era poco più di un ragazzino, alla prima amichevole con l’Atletico Tucuman fece impazzire gli osservatori del
Boca che erano andati lì apposta per lui. E, passato negli xeneizes, alla prima gara da titolare (seconda presenza assoluta), fece un gol, appunto, che era un’autentica maravilla.
Ambizioni
Ecco perché di lui tutto si può dire tranne che sia una scommessa. «Conosco la storia del club e dei sudamericani che hanno vestito questa maglia. Mi sembra un bell’ambiente, dove ci sono grandi ambizioni. Lo scopo è aiutare il gruppo a crescere. Se ci riuscirò, il mio scopo sarà stato raggiunto». Maroni è veloce di testa e con i piedi, e qui intende confermare il concetto: «Voglio tentare di sfruttare ogni occasione, senza fretta, con attenzione, devo apprendere e crescere. Seguo il calcio italiano sin da quando ero un bambino. Ora che sono arrivato qui, voglio fare la mia parte».
Amico mio
E poi l’Italia è diventata pure il Paese d’adozione di un idolo ed amico come Paulo Dybala, sei anni di differenza, ma un passato molto simile, a cominciare dagli esordi nell’Instituto di Cordoba. Sul momento attuale dello juventino, non proprio felicissimo, Maroni sembra avere le idee chiare: «Paulo era e resta un grande, non ho mai avuto dubbi su di lui, è troppo bravo. Una persona speciale: spero, anzi, che quest’anno in Italia ci sia l’occasione di incontrarlo. Lui era in Coppa America, non ci siamo più sentiti dopo la mia firma con la Samp». E poi c’è da chiarire la storia di Gonzalo maravilla… Simpatica, ma lui preferirebbe brillare di luce propria: «Non mi hanno chiamato così perché tiro spesso dalla distanza. È un soprannome ricevuto quando ero soltanto un ragazzino e mi è rimasto addosso negli anni. Io sono semplicemente Maroni». L’argentino conosce pregi e difetti recenti di una Samp che nell’era-Giampaolo è andata
spesso vicina alla conquista di un posto in Europa, salvo poi arenarsi troppo presto: «Speriamo di crescere ancora», in fondo avrà la fortuna di giocare con il capocannoniere dell’ultima serie A. Chissà che il grande sogno diventato realtà si ripeta: «Bisogna essere ambiziosi. Credo che la Juventus
rimanga la favorita per lo scudetto, ma la Samp farà la sua parte». L’ambientamento, comunque, procede bene, non solo in campo: «Avete un pescado fantastico». Anzi, una maravilla.
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