Editoriali

Sampdoria, comincia l’era D’Angelo: prima guarire la testa, poi provare a cambiare il destino

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Ci sono momenti, nel calcio come nella vita, in cui continuare a domandarsi come si sia arrivati fino a quel punto serve a poco. Arriva un istante nel quale bisogna prendere coscienza del presente, guardarlo senza alibi e scegliere da dove ricominciare. Per la Sampdoria quell’istante è oggi.

A Bolzano, contro il Südtirol, comincia l’era di D’Angelo chiamato a raccogliere una squadra ferita, ultima in classifica, e soprattutto a provare a interrompere un copione che ormai da quattro anni sembra ripetersi con una puntualità quasi crudele.

L’esonero di Corradi, arrivato dopo la sconfitta interna contro l’Arezzo, ha aperto giorni frenetici alla ricerca di un sostituto.

Per qualche ora il passato sembrava destinato a tornare presente, con Marco Giampaolo vicino a un clamoroso terzo ritorno sulla panchina blucerchiata.

Poi la trattativa è sfumata e la Sampdoria ha scelto D’Angelo, tecnico che conosce profondamente la Serie B e reduce, tra le altre, dalle esperienze con Pisa e Spezia. La società ha indicato proprio la sua esperienza nella categoria e la conoscenza dei calciatori tra gli elementi fondamentali della scelta.

È stata una settimana che, per la Sampdoria, ha avuto quasi il sapore di una tragedia greca: quando la storia sembra essere arrivata a una soluzione, ecco il destino rimescolare nuovamente le carte. Il ritorno di Giampaolo sembrava a un passo, prima che tutto svanisse e la dirigenza virasse su D’Angelo. Resta la sensazione di giorni convulsi, nei quali una società già alle prese con una classifica pesantissima si è trovata ancora una volta a dover ripartire da zero.

Adesso però il tempo delle trattative è terminato. Tocca a D’Angelo. E, soprattutto, tocca ai giocatori.

Il calendario, quasi a voler mettere immediatamente alla prova il nuovo corso, non concede tregua. Oggi c’è il Südtirol di Possanzini, quinto in classifica con 12 punti; martedì 27 ottobre arriverà un’altra trasferta, quella contro l’Ascoli, mentre sabato 31 ottobre D’Angelo farà il suo esordio al Ferraris contro l’Entella. Tre partite in sette giorni che non potranno naturalmente definire l’intero futuro della Sampdoria, ma potrebbero già raccontare se qualcosa dentro questa squadra avrà cominciato realmente a cambiare.

Sarebbe ingeneroso pretendere dal nuovo allenatore una rivoluzione tattica dopo appena due giorni di lavoro. Non c’è stato il tempo per costruire automatismi, cambiare radicalmente principi di gioco o imprimere una nuova identità. Prima degli schemi viene altro. Prima del modulo viene la testa.

Lo ha spiegato lo stesso D’Angelo nelle sue prime parole da tecnico blucerchiato: “Sono arrivato ieri, a livello tattico è prematuro poter dare un’impronta particolare. Non penso ci sia bisogno di motivare i ragazzi: il livello di impegno nell’allenamento è sempre stato molto alto. Dobbiamo lavorare principalmente su questo: la perdita di alcune certezze. Già da domani dobbiamo tirare fuori una grande prestazione a livello psicologico, senza timori e paure. Possiamo vincere contro chiunque e su qualunque campo. L’evento negativo non può farci perdere sicurezze. Mi sembra di aver trovato ragazzi che tengono alla Samp, che si rendono conto di dove si trovano. L’impegno non può essere in discussione a questi livelli”.

Dentro queste parole c’è probabilmente molto più del primo programma tattico di D’Angelo. Ci sono concetti come paura, sicurezza, consapevolezza. Parole che appartengono al calcio, certamente, ma ancora prima appartengono all’uomo.

Perché una squadra può dimenticare un movimento e impararne uno nuovo. Può passare dalla difesa a tre a quella a quattro, modificare il centrocampo, cambiare gli interpreti dell’attacco. Molto più difficile è ricostruire una squadra che, dopo una serie di risultati negativi, finisce per aspettarsi inconsciamente che qualcosa vada storto.

La sconfitta, quando diventa consuetudine, smette infatti di essere soltanto un risultato scritto sul tabellone. Diventa quasi una condizione mentale. Il passaggio semplice sembra più complicato, l’errore precedente accompagna quello successivo, un gol subito diventa il presagio di un altro pomeriggio da dimenticare. Ci si guarda indietro invece di andare avanti. E lentamente la paura di perdere diventa più forte del desiderio di vincere.

È probabilmente questo il primo vero avversario che D’Angelo dovrà sconfiggere.

A Bolzano potrebbero comunque esserci alcune novità. Tra i pali prende quota Krastev, mentre davanti al portiere le possibilità portano verso una difesa a quattro con Di Pardo, Ferrari, Delli Carri, Depaoli.

In mezzo al campo possono trovare spazio [Makoumbou, Abildgaard e Henderson, mentre davanti le soluzioni comprendono Begic, Lauritsen, Verschaeren.

Le indicazioni della vigilia confermano Krastev come possibile novità principale e un assetto con difesa a quattro.

Ma oggi i nomi e persino il modulo vengono dopo.

La prima Sampdoria di D’Angelo dovrà mostrare innanzitutto coraggio. Quello di provare una giocata senza avere paura delle conseguenze. Quello di accettare un errore senza trasformarlo in una condanna. Quello di reagire a un episodio negativo invece di considerarlo la conferma inevitabile di un destino già scritto.

E proprio qui il debutto di D’Angelo assume un significato che va oltre Südtirol-Sampdoria. Perché il vero avversario dei blucerchiati, ormai, sembra essere il proprio passato.

Da quattro anni cambiano allenatori, giocatori, dirigenti, progetti e parole d’ordine. Eppure il racconto finisce troppo spesso per assomigliare terribilmente a quello precedente. La difficoltà iniziale, la classifica che comincia a fare paura, la tensione che cresce, la panchina che salta e un nuovo allenatore chiamato a ricominciare.

Cambiano i protagonisti, resta il copione.

Ed è forse questa la sfida più grande che attende D’Angelo: non soltanto vincere delle partite, ma provare a rompere il meccanismo dell’eterno ritorno blucerchiato. Restituire alla squadra la sensazione di poter determinare gli eventi invece di subirli.

Non potrà farlo in quarantotto ore e probabilmente nemmeno in una settimana. Ma ogni cambiamento, per quanto grande, comincia sempre da un gesto piccolo. Una corsa in più. Un contrasto vinto. Un compagno aiutato dopo un errore. Una squadra che, se subisce un gol, non abbassa immediatamente lo sguardo. Undici uomini capaci di comportarsi come se quello che è successo ieri non avesse necessariamente il diritto di decidere anche quello che accadrà domani.

I tifosi della Sampdoria hanno ascoltato troppe volte parole come ripartenza, rilancio, nuovo corso. Oggi probabilmente non chiedono più promesse. Chiedono segnali.

A D’Angelo non va domandato il miracolo immediato. Gli va chiesto di restituire progressivamente alla Sampdoria qualcosa che negli ultimi tempi sembra essersi smarrito: la convinzione di essere ancora artefice del proprio destino.

Prima la testa. Poi la tattica. Infine, necessariamente, dovranno arrivare i risultati.

Südtirol, Ascoli, Entella. Tre partite, una settimana, tre tappe ravvicinatissime di un viaggio che comincia dalla posizione più scomoda possibile. Non saranno sufficienti per sapere dove arriverà la Sampdoria di D’Angelo. Saranno però abbastanza per capire in quale direzione vorrà cominciare a camminare.

Perché, in fondo, il problema non è soltanto tornare a vincere una partita.

È tornare a credere, profondamente, che vincerla sia possibile.

Ed è proprio qui che calcio e filosofia finiscono per incontrarsi. La Sampdoria non può modificare ciò che è accaduto negli ultimi quattro anni e D’Angelo non può cancellarlo con due allenamenti. Può però decidere cosa farsene, trasformando il peso del passato in qualcosa da cui ripartire.

Come scriveva Jean-Paul Sartre: “L’importante non è ciò che si fa di noi, ma ciò che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi.”

Da oggi il passato della Sampdoria non può più essere una condanna.

Deve diventare il punto dal quale provare, finalmente, a cambiare il finale.

Paolo Bardetta

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