A testimonianza di quanto il nome di Roberto Mancini sia tornato a vibrare con forza nell’immaginario blucerchiato, negli ultimi giorni è accaduto qualcosa che va oltre il semplice dibattito sportivo.
A Milano, nei pressi dell’ufficio del presidente Manfredi, e a Roma proprio vicino l’abitazione dell’ex Ct della Nazionale, sono comparse gigantografie firmate “Fulvio e Boso”, volti noti del tifo doriano, con un messaggio chiaro e diretto: un richiamo al Mancio, un invito quasi iconografico al “ritorno del figlio prediletto”.
C’è un momento, nella storia di ogni club, in cui la nostalgia si mescola alla necessità. Per la Sampdoria, quel momento probabilmente è adesso o forse no. E come accade sempre nei passaggi più delicati, un nome torna a rimbalzare tra Bogliasco e i bar della città, tra i tifosi e le stanze dei dirigenti: Roberto Mancini. Non un allenatore qualsiasi, ma un simbolo, un’icona, un pezzo d’identità blucerchiata.
La crisi tecnica aperta con l’ultimo ko contro il Frosinone ha fatto saltare ancora una volta gli equilibri già fragili di una stagione complicatissima, riaccendendo le discussioni sulla guida tecnica e sulle strategie per evitare un nuovo disastro sportivo. È in questo quadro che il nome di Mancini ha ripreso forza, alimentato da suggestioni, retroscena e — va detto — anche da una certa disperazione romantica.
La Sampdoria è reduce dall’ennesimo ribaltone: la coppia Gregucci–Foti è stata esonerata dopo un solo punto nelle ultime quattro partite, lasciando una panchina scossa e una classifica che fa tremare i polsi. Per ora la gestione è stata affidata ad Attilio Lombardo, altra figura di culto per la tifoseria, ma sembra quasi più come traghettatore che come progetto a lungo termine, nonostante, parere personale, abbia tutte le “competenze” per essere al posto giusto nel momento giusto.
Questa instabilità interna si somma alle tensioni tra le due anime della società: da un lato il presidente Manfredi, favorevole a una svolta netta, dall’altro la componente inglese riconducibile a Joseph Tey e all’area sportiva guidata da Jesper Fredberg, più orientata alla prudenza.
Ma quanto è reale questa possibilità?
A leggere i fatti, l’operazione appare tanto affascinante quanto tortuosa. Mancini è infatti ancora ufficialmente l’allenatore dell’Al Sadd, con un contratto valido fino al 2026 con opzione di rinnovo. Eppure, da quando il conflitto in Medio Oriente ha paralizzato il campionato qatariota, la sua posizione è diventata incerta: prima l’impossibilità di rientrare in Italia, poi — al contrario — l’impossibilità di tornare a Doha hanno creato un limbo che ha acceso la fantasia dei tifosi.
Perché allora il nome di Mancini continua a incendiare le conversazioni, nonostante le difficoltà?
Perché a Genova il Mancio non è un tecnico: è un pezzo di storia, un’icona che appartiene alla memoria collettiva, un simbolo di un’epoca irripetibile. E nei momenti di buio più fitto, la memoria diventa una lanterna.
La Samp non cerca soltanto un allenatore: cerca una scossa, un ritorno d’identità, un segnale forte alla squadra e ai tifosi. E nessuno incarna l’identità blucerchiata quanto lui e l’amico fraterno Gianluca Vialli che avrebbe avuto il desiderio più grande di diventare il Presidente della Sampdoria.
Arriviamo dunque alla domanda finale: Mancini può davvero arrivare?
Le notizie parlano di sogno più che di trattativa. Le condizioni geopolitiche, contrattuali ma non economiche perché non ne farebbe una questione di soldi, rendono l’operazione improbabile. Ma, allo stesso tempo, nessuno la definisce impossibile, lo stesso Mancini che sempre ha dichiarato di voler chiudere la sua carriera di allenatore proprio alla Sampdoria. Bisogna capire se è proprio questo il momento giusto. Proprio come decanta la gigantografia di Fulvio e Boso.
E forse il valore simbolico di questo ritorno non è nemmeno misurabile nei punti in classifica. Sarebbe un atto di appartenenza, una chiamata sentimentale in un calcio che troppo spesso dimentica cosa significhi appartenere.
“Mancini, è arrivato il momento. La Sampdoria ha bisogno di te.”
E mai come oggi sembra che tutta Genova, Milano e Roma…stia dicendo la stessa cosa.
E in questo coro che attraversa strade, ricordi e speranze, pare quasi di sentire riecheggiare le parole di Eraclito, il filosofo del divenire:
“Il sole è nuovo ogni giorno.”
Un invito, forse, a credere che anche per la Sampdoria un nuovo inizio sia possibile.
Paolo Bardetta
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