“Non giudicatemi per i miei successi, ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi.”
— Nelson Mandela
Ci sono storie che somigliano a un colpo ben assestato, altre che ricordano la fatica del respiro tra una ripresa e l’altra. E poi ci sono quelle che parlano soprattutto di resilienza, di cadute e di ritorni.
La storia di Alessio Marchese, pugile professionista genovese e sampdoriano dichiarato, appartiene a quest’ultima categoria.
Dopo tre anni e mezzo lontano dal ring, tra infortuni, pause forzate e un percorso personale complesso, Alessio torna a indossare i guantoni con la stessa determinazione di sempre. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per confermare qualcosa a sé stesso: che ogni volta che la vita lo ha messo all’angolo, lui ha scelto di rialzarsi.
È con questo spirito — lo stesso che fa vibrare i colori blucerchiati — che nasce la nostra intervista.
Quando la Samp va sul ring, non è solo un atleta che combatte: è un’identità, una città, una passione che non conosce resa.
Alessio, dopo 3 anni e mezzo ritorni sul ring a combattere al Palateknoship di Genova il prossimo 8 febbraio? “Si ritorno a combattere dopo aver passato un periodo particolare della mia vita che mi ha fatto imparare molto. Io pensavo di aver smesso con questo sport dopo essermi rotto la caviglia in un incidente in moto ma sono stato contattato qualche tempo fa dal mio maestro, ci sentiamo e mi dice che c’è la possibilità di combattere con questa nuova federazione, l’Elite Top Fight, che ha creato una nuova categoria dai 40 a i 50 anni. Ti dico la verità, ci hanno messo poco a convincermi. Poi è stato organizzato in un contesto molto bello al Palazzetto della Fiumara che ora si chiama Palateknoship. Affronto un irlandese e non sarà facile. Lui combatte sempre e combatte anche a mani nude. Uno abituato a prendere colpi. Ma io porterò sul ring sempre il mio pugilato pulito che mi ha contraddistinto”.
Il tuo legame con Genova è indissolubile. Hai portato la boxe professionistica a Genova dopo 40 anni ma soprattutto sei riuscito a portare la tua Sampdorianità sul ring? “Io ho un legame molto forte con la mia città e molto forte con la Sampdoria. La Sampdoria è una compagna da quando sono bambino. Ricordo ancora un Sampdoria-Udinese, la mia prima partita che andai a vedere. Mi ricordo ancora, ero nei distinti con mio padre. Poi da ragazzino cominciai a frequentare la gradinata e ho un legame con tanti ragazzi. Non vado più allo stadio per il momento ma porto sempre con me sul ring qualcosa di Sampdoriano. Ho sempre portato la Samp con me che sia il calzettone, il berrettino o il baciccia stampato sui pantaloni. Mi ha sempre accompagnato la Samp e mi ha sempre portato fortuna. Sul ring sono sempre me stesso, porto tutto me stesso e tutta la mia parte più intima. E nella parte più intima c’è e ci sarà sempre la Sampdoria”.
In riferimento a Nelson Mandela e alla sua metafora della vita. Anche la Samp, un po’ come nella boxe è andata a tappeto più volte ma con forza e pazienza sta cercando di rialzarsi nuovamente. Anche per un pugile è difficile rialzarsi ma che consiglio tu daresti alla tua Samp e ai giocatori che vanno in campo a incassare i colpi e le cadute della vita? “Qui con me sfondi una porta aperta. Perchè io salendo sul ring adesso mi rialzo di nuovo dopo una caduta. Per me è una sorta di rinascita, è prendere in mano nuovamente la mia vita. Ci vogliono gli attributi nella vita. A volte vedo tanti ragazzi molto giovani, vedo poco Sampdorianità e poca appartenenza. Io credo che il segreto di tutto è l’appartenenza. Se hai appartenenza e voglia tutto viene meglio perchè non molli. Se manca quella, anche se lo stipendio ti arriva a fine mese, è tutto vano. La voglia di essere sampdoriani e l’orgoglio di indossare la maglia. Ci deve essere questo.”
Quale ingrediente essenziale non deve mancare nello sport, che sia il calcio o la boxe? “La determinazione. La costanza e la determinazione. Sono legate tra di loro. Io ho un tatuaggio sul collo con scritto vinco al contrario. E la mattina quando mi alzo e mi guardo allo specchio lo vedo e mi da il monito per andare avanti e vincere nella vita. Ogni giorno.”
Vogliamo dirlo cosa porterai questa volta di Sampdoriano sul ring? “Mmh..è un segreto(ride)”
Alla fine dell’intervista, ciò che rimane non è soltanto l’immagine di un pugile che torna sul ring dopo una lunga assenza. È, piuttosto, il ritratto di un uomo che ha imparato a trasformare ogni difficoltà in una ripartenza, ogni ferita in un passo avanti, ogni silenzio in un nuovo slancio. Alessio Marchese parla con la schiettezza di chi ha conosciuto cadute profonde e con la lucidità di chi ha trovato la forza di rialzarsi senza cercare scorciatoie.
Il suo viaggio non è fatto di luci smodate, né di proclami: è fatto di lavoro quotidiano, di identità, di radici. È fatto della sua Genova, dei suoi colori blucerchiati, della passione che lo guida quando entra in palestra e quando scende in campo — che sia il ring o la vita di tutti i giorni.
E allora il ritorno di Alessio non è soltanto un nuovo capitolo sportivo: è un messaggio. Un invito a ricordare che la vera vittoria non sta nel risultato finale, ma nella scelta ostinata di continuare a provarci. Perché ogni volta che un atleta — un uomo — decide di rialzarsi, non sale sul ring da solo: porta con sé la propria storia, la propria gente, e quel filo sottile che lega la fatica alla speranza.
E in questo, Alessio Marchese continua a vincere. Sempre.
Paolo Bardetta
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